
2 gennaio 2026, venerdì Anno nuovo vita nuova. Lo so: è il più banale di tutti i proverbi di questo mondo. E fors’anche il più ipocrita. Soprattutto se ti sono invisi i luoghi comuni. Del tipo: “i xe diexe minuti a pie” (sono dieci minuti a piedi) come dicono i veneziani, molto ma molto più pigri dei napoletani, quando un foresto (uno straniero) chiede a loro una strada per arrivare a San Marco e non hanno proprio la minima intenzione di perder tempo a indicargliela. Anche se magari l’unica piazza del centro storico è in fondo alla calle: insomma a due passi, non uno di più. E così vi svelo subito pure un’altra verità: mi piace da morire perdermi in discorsi che non hanno nulla a che vedere con quel che oggi vi voglio o, meglio, vi avrei voluto raccontare. Dal momento che spesso mi salta pure l’estro di cambiare in corsa l’argomento da trattare. Come ieri. Quando mi ero seduto alla scrivania, che non riesco ad abbracciare tanto è bella lunga, io dico anche quasi due metri, per farvi satiricamente gli auguri di buon 2026 e invece mi sono smarrito dietro al cicinin, o al cincinin, fa lo stesso, che è il mio epiteto preferito. Che poi è carino pronunciarlo anche nella mia lingua. Nella quale il cicinin torinese o il cincinin milanese diventa un ninìn veneziano. Ovvero “Ti me dà n’altro ninin de brodo?”. Mi dai un altro goccio di brodo? Meraviglioso.
La parola foresto mi porterebbe a divagare ulteriormente anche se m’introdurrebbe per la verità nell’argomento di pallacanestro che avevo in mente di sviluppare oggi: non è che si gioca già troppo nel Bel Paese per inserire tra campionato e coppe anche la Nba Europe dall’autunno del 2027 a Roma e a Milano con Giannino Petrucci e soprattutto Ettore Messi(n)a “dei ex machina” della nuova avventura? Giannino pensi piuttosto a costruire una sana cordata d’imprenditori per riproporre intanto la serie A nella capitale che ha fame di basket a buon livello e non d’altri voli pindarici senza successo. Quanto al mio concittadino acquisito penso che dovrebbe averne abbastanza di questo mondo ingrato che l’ha messo in croce tra i suoi due carnefici del cerchio magico dell’Armani costringendolo a sedersi durante la partita d’Eurolega col Real Madrid finita 89-82 per i longobardi di Peppe Poeta tra il nuovo ceo Giuseppe Marsocci e Michele Tacchella che è soltanto il deputy managing director global chief branding e commercial officier del gruppo di Panta Panta Panta, leon leon leon Dell’Orco. Ma si può? Io dico di no.
Foresto simpaticamente si definiva Massimo Zanetti, il cordiale e brillante imprenditore trevigiano quella volta in cui lo intervistai nella sua splendida villa di Sant’Artemio che costeggia il parco e la dirittura d’arrivo dell’ippodromo del trotto. Dove da ragazzo, su consiglio dei gemelli Biasuzzi, Maurizio e Fabio, il buon Fabio che ci ha lasciato basiti quattro anni fa, mi giocai tutte le lire che avevo in tasca su Infinito, un cavallo di dieci anni all’ultima corsa della carriera che era dato vincente a 12 e mi regalò un bel gruzzoletto. Tanto da poter offrire la cena alle Beccherie, nel cuore di Treviso, dove ho gustato il miglior rognone col radicchio rosso della vita. Può confermarvelo la mia Tigre.
Facendo quattro (piacevoli) chiacchiere il signor Segafredo mi confessò nell’occasione di sentirsi forestiero nella sua terra d’origine perché avrebbe voluto anche prelevare a suo tempo la Benetton ma fu lo stesso Gilberto, gran brava e bella persona, checché ne pensiate, a sconsigliarglielo. E foresto pensa d’essere considerato ancora pure a Bologna. Dove dovrebbero invece dedicargli il nome di una piazza ovviamente frequentata dal popolo delle vu nere. Perché grazie solo a lui la Virtus è tornata grande in meno di un decennio. Con il ritorno nella massima serie A nel 2007, i successi nella Champions League, l’Eurocup e tre SuperCoppe nazionali, la partecipazione all’EuroLega insieme all’Armani, Teodosic e Shengelia, Belinelli e Hackett, sino al secondo scudetto conquistato la scorsa primavera dopo quello del 2021. Tanta roba. Non vi pare? E invece sotto le Due Torri molti magari s’auguravano che il padrone diventasse il settantenne impresario locale Carlo Gherardi al quale non mancavano di certo i carlini, ma forse la passione per la palla nel cestino di Zanetti. E difatti ha lasciato la Virtus in Eurolega senza sponsor e senza rimpianti. I miei non di certo.
Dell’intervista a Max Zanetti ho perso le tracce ma sono arcisicuro che le ritroverò quando quest’estate, se Dio vuole, scriverò a modo mio il libro sui personaggi che hanno fatto la storia del basket o l’hanno fatta a brandelli. Così adesso finalmente vi potrò spiegare, dopo averci girato molto intorno, il motivo per cui sono partito in quarta, si fa per dire, con quel proverbio banale e ipocrita: anno nuovo vita nuova. Semplicemente perché ho deciso con il primo di gennaio di smetterla di raccogliere i ritagli di giornali che mi hanno invaso la stanza alzando un cattivo odore e facendo poi la stessa fine di tutti i quotidiani: diventano buoni solo per incartare il pesce al mercato. Il che comporta un radicale cambiamento dei mie abitudini. Ovvero da oggi, e non da ieri perché i giornali non sono usciti ieri in edicola, dedicherò alla mattina o al primo pomeriggio la mia rassegna stampa e poi, se avrò tempo e voglia, butterò giù sul blog i miei telegrafici pensierini prima di cena. Mentre con la pancia piena sprofonderò poi sul divano per guardarmi in televisione tutto ciò che durante il giorno sono andato registrando, ma mai più rimandando la visione al giorno dopo.
Mi sono dato insomma una bella regolata di cui ve ne do subito la prova. Sarei dovuto stasera andare alla Virtus Arena in zona Fiera con mio nipote Rocco per una partita che senz’altro avrebbe meritato di non essere vista in diretta (o quasi) su Sky. E invece, sfogliando i giornali, anche se tra le righe della Gazzetta, che non voleva svilire il suo titolone (“Lo show d’Eurolega per 10mila”), ho scoperto che a Peppe Poeta mancherà il buon Leandro Bolmaro, oltre a Flaccadori, Tonut e Diop, che però il Messi(n)a non utilizzava mai, mentre le assenze del grande Dusko Ivanovic, per me l’allenatore del 2025, saranno ancora più pesanti: Edwards, Diarra eDipo Smailagic. Più Diouf come ho appreso dalle mie fonti segrete. Più la nebbia che scendeva sulla Padania. Più la Reyer che alle 17 ha giocato in Lituania contro il misero Neptunas già battuto all’andata di 20 punti al Taliercio. A farla breve ho rinunciato a vedere coi miei occhi una sorta di sfida tra scapoli e ammogliati. E ho accompagnato Rocco, molto arrabbiato, all’allenamento del Leonicino. Con la promessa che magari domani sera andremo a Cividale dove si scontreranno due veri amici: il Pilla Pillastrini, che a malincuore dovrà presto lasciare andare Francesco Ferrari alla Virtus e Matteo Ferrari, solo omonimo, che a Mestre sta facendo i bambini-prodigio coi baffi.
La foto d’oggi è ancora natalizia anche se in tempi di guerra in Ucraina, ma sperando sempre nella pace senza che Volodymyr Zelensky cali le braghe. A domani dunque. Quando vi racconterò a modo mio Virtus-Olimpia. Avendo già la conferma, che a nessuno darò voce per smentirmi, che si gioca troppo spesso e che ci si fa per forza solo del male. Solo pensando che all’Epifania le vu nere e le scarpette rosse avranno già giocato la prima di ritorno in Europa e la penultima giornata in campionato. 20 + 14 fa 34 se non sbaglio i conti. E non siamo neanche a metà stagione…
ps.: aggiornamento delle 20.08: la Reyer di Olivetta Spaihja ha alla fin fine avuto ragione a Klaipeda (!?!) del Neptunas che ha la difesa più scarsa di tutto il girone di EuroCup. Difatti i lituani ne hanno presi stavolta addirittura 118 di punti contro i 103 (troppi) incassati comunque degli orogranata facendo finta che tutto va ben. E così scommettiamo che domani l‘Anonimo Veneziano del Gazzettino riempirà d’elogi la squadra di Federico Casarin con il quale è diventato culo e camicia dopo che il pestifero Stefano Babato con le sue velenose pagelle del lunedì, che mi piacevano da morire, se ne è andato in pensione. Peccato. Anche se i 28 di Kyle Wiltjer sono un bottino che farà giustamente clamore come addirittura gli incredibili 12 di Grazie Candi del Carosello 1962. Quando, ricordate?, non credo, quel fenomeno di Tic domandava: “Or che bravo sono stato posso fare il bucato?“. E gli rispondevano sempre: “No, in casa c’è chi il bucato lo fa meglio di te: grazie Candi (la famosa lavatrice dell’epoca)!”.