Se questo è Ragland, lo scudetto bacia in fronte Avellino

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Alti e bassi, picchi e tonfi, l’Everest e la Fossa delle Marianne: i playoff sono anche questi. Oltre che belli e impossibili, intensi e fragili, gioiosi e nevrotici. Per cui arcaicamente proprio non capisco come si possa ancora analizzarli con i freddi numeri e le aride cifre. Se invece mitragliare a memoria lo score per esempio di Dada Pascolo, “solo 4 punti in gara 1 con Trento, 2/5 dal campo di fragole, tre volte le dita nel naso e quattro palle buttate nel water nel secondo tempo”, come fa ogni volta Edi Dembinski, che credo si scriva così ma non ci potrei giurare, dimostra che sai tutto di pallacanestro o che, nello specifico, hai studiato e sei preparatissimo, tiro il fiato, perché l’ho fatta troppo lunga con le subordinate, e vi dico subito che, se volete, posso anche dare al Peric della Rai un bel nove in pagella, ma non è così che si aiutano i telespettatori a comprendere quale sia il fascino dei playoff e il loro mistero gaudioso. Parlo ormai come Ciccioblack Tranquillo. Che comincia una frase e non la finisce mai. E difatti domani ho preso appuntamento dallo psicologo. Nel frattempo provo almeno a scrivere meglio di lui e non credo ci voglia moltissimo. Il segreto è essere semplici. Ed è questo il difficile. Ma ci provo. Prendete l’Armani. Nei playoff sinora è imbattuta in trasferta e ha già perso tre volte in casa. Robe da matti. E quindi stasera dovrebbe a Trento pareggiare il conto della serie (2-2), ma non è detto. Dicono piuttosto che la squadra di Fred Buscaglia abbia già dato tutto, cioè il massimo, e sia scoppiata. Non ci credo. Prendete Joe Ragland. Domenica sera il diesse di Avellino, Nicola Alberani, che mi giurano tutti sia bravo e allora non capisco cosa aspetti Livio Proli a portarlo a Milano, ha telefonato disperato a Federica Sciarelli perché lo aiutasse a trovare il moretto liberiano che chissà dove si era andato a cacciare. Per la verità qualcuno racconta d’averlo visto sul parquet del Taliercio, ma non poteva essere lui: 5 punti in 19 minuti, per dirla alla Dembinski o alla Paolo Redi, che pure non è male, con 2 su 3 da due punti e 0 su 1 da tre, tre perse e 4 di valutazione. No, sicuramente non era Ragland. Che ieri sera ne ha sparati 33 di punti in faccia a tutti i veneziani nonostante si fosse storto una caviglia e non penso occorrano le statistiche per scoprire che è stato immenso. Per non dire perfetto. Al punto che se dovesse ancora ripetersi a questi livelli ogni quattro giorni, e gli altri tre anche passarli alla locanda da Rinaldo insieme a Goss e Mcgee, faccio un sacco di fatica ad immaginare che la Reyer possa girare di nuovo la frittata in suo favore. Magari anche mi sbaglio, ma Ragland non ha per caso anche giocato nell’Armani? Come no: lo prese da Cantù accontentando Luca Banchi, ma Gelsomino Repesa non lo volle più tenere e pure questo, prima o poi, il croato ci dovrà spiegare. Prendete Esteban Batista. Hanno detto che Ray-Ban De Raffaele ha sbagliato a spedirlo in tribuna in gara 1 con i lupi irpini. Che se sono quelli affamati di gara 3, cinquantaquattro punti tra Joe Ragland e David Logan, ve lo do per certo al cento per cento: vincono lo scudetto. Anche se Pino Sacripantibus decidesse domani di mandare in vacanza al mare il buon Randolph e, già che c’è, pure il volonteroso Zerini. Penso infatti che gli possano bastare, e avanzare, i due mostri d’America più Marques Green, il favoloso Thomas, il solido Leunen e la coppia di centri, alti e grossi, Fesenko e Cusin, che ha stoppato ieri sera Peric due volte di fila nella stessa azione, per mettere nel sacco anche Milano dopo Venezia. Così non rischia di fare nemmeno il casino nei cambi che di solito combina Gelsomino. Attenzione però: le sfide dei playoff si giocano ogni 48 ore e dall’oggi al domani può cambiare tutto. Non cambierò invece mai l’idea che mi sono fatta, giusta o sbagliata, sul conto di Batista. Che in difesa è un pianto e in attacco, se non c’ha voglia, un peso. Per questo non è per difendere Walter De Raffaele, che non ne ha assolutamente bisogno, ma dell’uruguagio può sempre benissimo fare a meno se pensa, e non gli passa neanche per la testa, che Batista possa servirgli solo per mettere le manette ai polsi di Fesenko. Così come non sono d’accordo con chi ha arricciato il naso davanti alla prestazione ad Avellino della Reyer. Che ugualmente avrebbe perso anche se avesse difeso meglio e Hrvoje Peric non avesse fatto ridere i polli: 2/11 e meno 1 di valutazione dopo il 9/12 di domenica nel tiro da due punti. Ma questi sono i playoff: belli e impossibili. E quelli che non lo capiscono si possono per me anche sparare alla tempia tutte le cifre che vogliono. Cominciando però dalla mezza dozzina di palle perse da Batista sulle dodici in totale buttate via da Venezia. E magari finendo col dire che l’uruguagio non ci mette troppa attenzione sulle cose che (svogliatamente) fa sotto canestro. Come un altro di mia conoscenza. Che si chiama Rakim Sanders e mi piacerebbe a volte prendere a sberle. Se non fosse tre volte più largo di me. O anche quattro.