A lezione da Scola, 39 anni e Djordjevic ai suoi piedi

djorgevic

Mi era sfuggita un’Amaca di Michele Serra che mi è piaciuta un botto. Come dice Rocco, mio nipote, sette anni e otto scudetti, che domani torna a scuola sperando che qualcuno anche gli spieghi cosa è stato l’11 settembre. L’avevo ritagliata senza averla letta e l’avevo chiusa nella scatola rossa dalla quale ho ripescato anche un pezzullo del Corriere del Veneto datato 18 maggio e per fortuna non firmato. Del quale il titolo era: “De Raffaele, possibile divorzio dopo i playoff”. Tutti possono prendere un granchio, ma questo è un granchio gigante che sull’isola di Natale, nell’oceano Indiano, rompe le noci di cocco con le chele e arriva a pesare più di quattro chili. Walter De Raffaele ha poi vinto lo scudetto con la Reyer, il secondo in tre stagioni, e da Venezia non se ne andrà prima di tre o quattro anni. Intanto l’hanno proclamato doge e gli intitoleranno un campiello o una calle. E sarà il prossimo allenatore della nazionale perché non c’è nessuno in Italia più bravo e più vincente di lui dopo che Pianigiani e Messina hanno già dato. Neanche Romeo Sacchetti. Checché ne dica e ne pensi Giannino Petrucci. Il quale, per salvare capre e cavoli, rischia di fare solo male a se stesso e di finire in bocca al lupo. Che non aspetta altro. Avrei voluto dondolarmi oggi sull’Amaca con il mio umile e modesto Scacciapensieri sorseggiando anche un Caffé di Massimo Gramellini, che per la verità non gli riesce sempre buono, ma come faccio se nella testa ho la pallacanestro ed i Mondiali di Cina dove ogni giorno ne succedono di tutti colori? Oggi per esempio nel primo quarto di finale l’Argentina, trascinata dall’intramontabile Luis Scola, quarant’anni il prossimo aprile, campione olimpico nel 2004 ad Atene, quando vinse con l’Albiceleste di Ginobili e Sconochini la corsa all’oro a spese degli azzurri argentati di Re Carlo Recalcati, ha messo a tacere la spocchiosa Serbia dello sconsolato Sasha Djordjevic (nella foto) e l’ha rispedita a casa senza tante storie (97-87). E così adesso tutti i discorsi che sino a ieri hanno fatto Giannino e i suoi sacerdoti per portare acqua al mulino di MaraMeo sono diventate bolle di sapone. Dicevano: “In fondo l’Italia ha perso con i migliori (i serbi) e con quelli (gli spagnoli) che domenica hanno battuto i probabili prossimi campioni del mondo (sempre i serbi) che agli Stati Uniti di Gregg Popovich sono nettamente superiori”. Come no? E non ditemi adesso che Campazzo, e passi, ma anche Vildoza, Brussino, Deck e Laprovittola, che probabilmente Michele Serra non sa nemmeno chi siano, sono più forti di Jovic, Bogdan Bogdanovic, che mi ricorda molto Sasha Danilovic, Simonovic, Jokic e Bjelica. E neanche che la nazionale del buon Carletto, che ho citato prima, forse non a caso, avesse chissà mai quali fenomeni. Ve li ricordo: Basile, Pozzecco, Bulleri, Galanda, Soragna, Marconato, Rombaldoni, Chiacig, Radulovic, Righetti, Mian e Garri. E’ che a volte ci si dimentica che il basket è sport di squadra e che si possono capovolgere i pronostici se si sta bene insieme, se si è allenati come si deve e soprattutto se hai cuore e coraggio. Qui habet aures audiendi audiat e chi invece ha orecchie da mercante vada a farsi friggere e a ripassarsi un po’ il latino. L’Armani ogni anno al via è imbattibile e poi il titolo di campione d’Italia due volte su tre se l’è preso la Reyer. Sasha Djordjevic resta uno dei migliori allenatori d’Europa, anche se le ha prese da una Spagna che in questo secolo non è mai stata così debole, e lo stesso Sergio Scariolo ve lo può benissimo confermare, e da un’Argentina che nessuno avrebbe mai immaginato che potesse giocarsi una medaglia mondiale tra le prime quattro della terra volando sulle ali dell’eternauta Scola (20 punti) che ha rimandato a scuola i superbi vicecampioni olimpici. Però se la sua Virtus non avrà fame, e Alessandro Gentile ne ha da vendere, e per questo lo riprenderei domani, non arriverà ad addentare niente di niente. E comunque non ho chiamato in causa a caso neanche Michele Serra che, all’inizio della sua brillantissima carriera, è stato redattore e inviato sportivo (intertriste) dell’Unità e quindi anche un po’ di pallacanestro deve averne masticata. Poi si è gettato anima e corpo nella satira e il direttore, Massimo D’Alema, gli ha dato l’incarico d’inventarsi Cuore. Trent’anni fa. E pare ieri. Mentre sabato, sempre sprofondato sulla (sua) Amaca, gli è venuta “voglia di appendere il tricolore al davanzale per festeggiare la successione al Viminale (da Salvini alla Lamorgese, ndr) come un giorno di liberazione nazionale” e di sollievo “non da poco” pensando che “la postazione social dell’ex Capitano spari solamente a nome suo e non più a nome del ministro degli interni”. Deo gratias.