
16 ottobre, giovedì Non buttare via mai niente. Si raccomandava sempre la nonna Adele quand’ero piccolo piccolo e mia madre m’accompagnava a mangiare da lei. Men che meno il pane. Che poi lei biscottava. Ed era buono soprattutto d’inverno, bello caldo. Sarà per questo che ieri, iniziando a sbarazzarmi dei giornali che avevo accatastato su più torri gemelle, alte anche quasi un metro, o che sono ancora nascosti nella magnifica cassapanca e sotto il letto, mi sono venuti in menti i consigli di quella gran donna. Dalla quale andavo molto volentieri a pranzo, ma soprattutto a cena. Perché poi dormivo sull’immenso letto matrimoniale di zia Rina. Che era la mia madrina e mi viziava da non dire. Anzi, lo dico: con le more di liquerizia o due palline di gelato, una al cioccolato e l’altra alla vaniglia, le pizzette di pomodoro e le brioches di marmellata d’albicocca per il latte tiepido del mattino.
Mi piace sempre ricordare quei tempi e difatti, se la nostra pallacanestro continuerà ad andare avanti come i gamberi, butterò anche il caro blog dalla finestra e riprenderò a scrivere il libro non più sul futuro prossimo, vuoto di personaggi e di campioni di fronte ai quali una volta ci si scappellava, sì, insomma, ci si toglieva il cappello. Ma sul passato remoto partendo da quando ero uno scricciolo che si rintanava – mi ripeto alla faccia di Paganini – nell’aiuola d’ortensie violacee che erano più alte di me. E mio padre mi portava alla Misericordia a vedere le partite della Reyer, seduto sui balconi delle vetrate, tra gli affreschi di Jacopo Sansovino, in un’atmosfera davvero ecclesiastica. Però nemmeno allora tifavo per gli oro-granata. Mentre il buon Luigi Brugnaro doveva ancora nascere a Dolo. Perché, se a me i nobili e boriosi veneziani domandavano per scherno quando mi andava di lusso: “Cossa ti fa qua se ti sta in campagna a Mestre?”. Devo tradurre? Non penso. Al loro attuale primo cittadino avrebbero invece chiesto: “Non ti sarà miga del Doo?”. Non sarai mica di Dolo? Vale a dire: “Non avevi un posto più brutto per venire al mondo?”.
Quando poi avevo appena compiuto nove anni e mio padre assieme a Dario Boni, il deus ex machina, e al professor Beppi Perale, che mi aveva salvato da una brutta infezione intestinale, fondarono il Basket Mestre che dal febbraio 1963 avrebbe giocato in terza divisione nel nuovo palazzetto del Coni di via Olimpia, l’attuale Davide Ancilotto, nello stesso girone della Montedison e del Csi Marghera, non ho più avuto dubbi da che parte stare cestisticamente parlando per il resto della vita. Mentre ci pensò mia zia Rina a farmi innamorare della Signora dell’avvocato Agnelli e di Omar Sivori. Quindi nessuno si deve meravigliare se mi sono emozionato, e non poco, il 22 giugno scorso e se mi sono segnato con un bel circoletto rosso questa data che non potrò più cancellarmi dalla testa. Cento, tra Ferrara e Bologna, spareggio per la promozione in A2: Gemini Mestre-Fabo Herons Montecatini 79-70 dopo un tempo supplementare. Al tempo stesso, mentre a me vengono ancora i brividi lungo le braccia, voi ficcatevi bene nella zucca che questa è l’unica vera storia del Basket Mestre 1958 che non è sorto nel campetto della chiesa di Sant’Antonio a Marghera come è stato scritto non so da quale somaro sul sito della società, ma semmai in via Aleardi, alle spalle del liceo Franchetti, dove ha segnato i primi canestri Ettore Messina assieme a Marco Palumbo. Perale fu il primo presidente e non il margherino Corich. Mi spiace. E mio padre il suo vice. Che mi regalò una tuta arancione, e non rossa, per la promozione in terza media. Mentre nella squadra allievi giocava Gigi Boni, secondo figlio di Dario, che era il mio idolo ed è ora il mio compare di nozze. Assieme ad altri miei amici, Nico Ceolin e Giulio Ciriotto, che, se domenica vado in piazza, ho ottime probabilità d’incontrare.
Non si butta via niente: aveva ragione mia nonna. Difatti ieri pomeriggio, prima di sbarazzarmi intanto di una pila di quotidiani da metà agosto a fine settembre come avevo promesso alla Tigre, mi sono ritagliato qualche pagina da Repubblica e il Corriere, la Gazzetta e il Gazzettino, i quattro giornali che Stefano mi sporge ogni mattina sul portone di casa, e li ho infilati nel cassetto delle scartoffie. Più Tuttosport e Stadio al lunedì perché voglio avere qualche notizia in più sul campionato di A2 del quale Urbano Cairo non vuole si pubblichino nemmeno i risultati e la classifica. A meno che qualcuno non gli allunghi una mancetta come fa l’Olimpia per esempio e farà la nuova Lega della Banda Osiris per avere qualche titolo in più della pallavolo che pure è campione del mondo sia con gli uomini che con le donne. Ricordatelo, caro Giannino (Petrucci), quando paragoni il nostro basket al “loro” volley azzurro: un confronto che da molti anni non sta più in piedi.
Non ho gettato nella spazzatura ieri nemmeno l’inserto del giovedì di Repubblica: “I piaceri del gusto”. E non perché il supplemento costa comunque un’esagerazione: ben un euro oltre al prezzo del quotidiano e tanto meno perché è di 112 pagine delle quali almeno duecento di pubblicità sponsorizzata: tutto il mondo è paese. Ed El Cann è manina corta come il presidente del Torino che i suoi tifosi non riescono proprio più a sopportare. Ma perché dopo settimane nelle quali non leggevo le pagine sportive nel giorno della loro uscita per non venire a conoscere l’esito finale della partite di calcio e basket che avevo provveduto a registrare e che avrei prima o poi visto in differita. Campa cavallo. E così, quando ieri, come vi avevo promesso nel precedente articolo, mi sono liberato di quelle insulse manette e ho potuto finalmente sfogliare tutti e quattro i giornali ancora intonsi e freschi di stampa, già che c’ero ho buttato l’occhio persino sull’inserto di cucina. E male non ho fatto. Dal momento che ho beccato una lunga intervista tutta da leggere a Gian Piero Gasperini, l’allenatore della Roma che la Juventus avrebbe dovuto strappare all’Atalanta per qualsiasi cifra. Dal titolo che è pure di buon gusto: “Con l’agnolotto si vince sempre facile”. Precisando che “i ravioli al ragù hanno il sapore di casa: mio padre tirava la pasta e mia madre preparava il ripieno”. Il tecnico piemontese è molto legato alle sue radici ed infatti ha investito, e le piotte di certo non gli mancano, in una cantina nell’Astigiano dove trascorre il tempo libero. “Oggi i vini si sono evoluti, ma io sono legato alla Freisa frizzante di una volta, molto bevibile”. Tra i vitigni di Cascina Gilli coltiva del resto la Fresia, ma vendemmia anche la Malvasia di Schierano e ovviamente il Barbera. Evviva!
16+1, venerdì Quando ieri, al calar della sera, ho poi scoperto che su Netflix, al quale sono abbonato da almeno tre anni per aver visto al massimo quattro o cinque film, avrei potuto vedere intorno alle 20 le semifinali del Six Kings Slam, il torneo di tennis più ricco del mondo che si gioca a Riad, in Arabia Saudita, ma non vale per la classifica Atp, un milione e mezzo di dollari garantiti a ciascuno dei sei partecipanti, addirittura sei al vincitore che l’anno scorso è stato Jannik Sinner e domani sarà ancora lui o Carlos Alcaraz. Ho finalmente avuto la certezza – dicevo – che la mia drastica scelta di cambiar vita, leggendo i quotidiani appena ne ho il tempo e cancellando buona parte delle registrazioni sportive che avevano ormai superato la doppia dozzina, è stata azzeccata. Difatti non so se ne siete accorti, ma adesso scrivo che è già venerdì pomeriggio e pure il 16+1. Insomma al diavolo la scaramanzia: venerdì 17 del mese d’ottobre. Dopo che ieri ho messo a nanna subito dopo cena il personal computer e mi sono spaparanzato sul divano, coi piedi sul grande pouf, per seguire in televisione Alcaraz e Sinner che in poco più d’un’ora ciascuno si sono sbarazzati di Taylor Fritz e Novak Djokovic guarda caso con lo stesso punteggio: 6-4, 6-2.
Stamattina invece mi sono goduto di nuovo la mia ricca rassegna-stampa. E subito vi consiglio allora di sorseggiarvi il Caffè di Massimo Gramellini che pensavo parlasse oggi proprio di tennis come quando lavorava con me al Giorno dell’Eni e scriveva da Londra delle imprese di Pete Sampras (sette vittorie, una sola in meno di Roger Federer) seduto sullo stesso posto di Wimbledon riservato ai suoi grandi predecessori e maestri, Gianni Clerici e Franco Grigoletti. Gramellini ha oggi tirato le orecchie a Ilaria Salis e ha fatto non bene ma benissimo. Anche se io sarei stato molto più tremendo con l’europarlamentare sostenuta da Alleanza Verdi e Sinistra. “Per Ilaria Salis la strage del cascinale di Castel d’Azzano è colpa anche della politica e del capitalismo, che non consentono a tutti d’avere un tetto sopra la testa. Nessuno le contesta il diritto di battersi contro gli sfratti, ma doveva proprio farlo prendendo spunto da una tragedia della follia… Possono davvero essere gli squinternati fratelli Ramponi il simbolo della lotta di classe contro il caro affitti? Chi, come la Salis, si professa di sinistra dovrebbe avere un’attenzione speciale per gli esseri umani”. Soprattutto se le vittime dell’aberrante esplosione del casale sono stati tre militari dell’arma dei carabinieri nell’esercizio delle loro funzioni. Alla Salis per una riflessione del genere direi solo “vergognati” e, già che ci sei, dai pure le dimissioni: nessuno credo te le respingerebbe. Come dovrebbe anche fare quell’odioso di Mario Sechi, direttore di Libero ed ex capo ufficio stampa di Giorgia Meloni. Che se ne è uscito con questa affermazione pure spregevole: “A Gaza non ne ho visti tanti di bambini dimagriti”.
Abitualmente non leggo più di smash ed ace sulla Gazzetta da quando Vincenzo Martucci è andato in pensione e collabora coi quotidiani del gruppo Caltagirone. Ma faccio un’eccezione per Paolo Bertolucci e le sue Volée di rovescio. Che oggi ha lanciato un grido d’allarme scrivendo che “dietro a Sinner e Alcaraz dominatori non ci sono veri inseguitori. E’ questo il problema più grave, più ancora del declino dei veterani. Quando giocano quei due vanno quasi sempre in finale; quando non ci sono, il risultato diventa imprevedibile. E questo squilibrio è un segnale d’allarme per l’intero movimento”. Fossero questi i problemi della nostra pallacanestro mi verrebbe da dire mentre è cominciata la diretta dei funerali di Stato a Padova, nella basilica di Prato della Valle, di Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari. Ai quali non me la sono sentita di girare le spalle e li ho seguiti, seduto davanti al televisore, in grande silenzio. Come è stato a Santa Giustina. Un silenzio di dolore. E non arrossisco a confessare che mi sono molto commosso alle parole di suffragio di Christian, il figlio di Valerio Daprà, o di fronte alle lacrime che scendevano dagli occhi di uno dei carabinieri sull’attenti davanti alle tre bare. In alta uniforme, con il pennacchio rosso e blu e la sciabola impugnata sulla sinistra.
18 ottobre, sabato Non me la sono più sentita, dico la verità, d’andare avanti ieri con la mia stupida satira anche se Filippo, il mio paziente blogger, è rientrato già giovedì dall’altra parte del mondo e quindi ora i titoli saranno di nuovo tutti appropriati ai testi. E sempre oggi, dopo che ho avuto la conferma di una brutta notizia, della quale non dovete chiedermi nulla, perché niente ho da svelarvi, non avrei voglia di parlarvi della Banda Osiris che trent’anni fa, e anche più, è stata una mia felice invenzione e per questo molti l’hanno presa spesso sul ridere. E invece io non scherzavo soprattutto quando vi pregavo di crederci perché altrimenti la nostra pallacanestro sarebbe caduta in un baratro dal quale non si sarebbe più risollevata. Come è stato all’inizio di questo secolo. Quando il presidente e il suo vice, in carica sin dal primo giorno e ancora adesso disperatamente aggrappati alla stessa bandiera legata alla Wandissima, vedi foto con il grande Macario, che di nome faceva Erminio, e anche questo in pochi lo sanno, misero il naso nella Lega di Alfredo Cazzola e ci rimasero per fortuna solo un anno o due facendo comunque dei danni incalcolabili assai peggio della grandine e delle valanghe. O di Matteo Salvini e Luca Zaia messi insieme nello stesso calderone di vin brulé.
Nomi non ne faccio, almeno oggi. Anche perché ho già pubblicato la classifica dei primi cento un lustro fa e devo ringraziare la Banda se mi sono beccato solamente un mieloma plurimo e cronico che il professor Renato Zambello ha per il momento messo a tacere dopo che era sfociato in un plasmocitoma alla gola che non auguro neanche a Vladimir Putin. E dal quale sono guarito grazie a Dio e proprio al primario d’ematologia oncologica dell’università di Padova che non finirò mai di ringraziare abbastanza. I nomi, cambiando discorso o, meglio, riprendendolo per i capelli, li avevo fatti in verità da amico a Umberto Gandini poche settimane dopo il suo insediamento alla guida della LegaBasket nel marzo 2020 dove ci è rimasto sino a mercoledì scorso. Quando c’è stato il passaggio di consegne da lui a Maurizio Gherardini tramite video-conferenza. Ridete? Sempre meglio del campanellino d’argento tra il gelido Enrico Letta e il gongolante Matteo Renzi.
Pure Gandini quella volta si mise a ridere. Anche perché veniva dal Milan e nel calcio la Banda Osiris non è riuscita a metterla in piedi nemmeno il Berlusconi IV per far fuori il Prodi II. Umberto da Varese non voleva neanche pensare ad una complessa struttura del genere che ogni settembre organizza la sua convention denominata Meet the Best. Alla quale ovviamente non ho mai partecipato. Al contrario di Daniele Baiesi che è invece spesso intervenuto per buttare in vacca il nostro basket ed esaltare quello tedesco. Nel quale ha a lungo (e bene) operato, prima nel Bamberg e poi nel Bayern. Salvo adesso tornare come diesse, spero con la coda tra gambe, nell’Armani di Panta Panta Panta, Leon Leon Leon, Fiiiii Bum!, Dell’Orco.
Gandini ha dovuto così anche lui amaramente ricredersi nello stesso momento in cui pensava non a torto d’essere in una botte di ferro avendo raddoppiato in cinque anni il fatturato della Lega da sei a dodici milioni d’euro. Checché ne dicessero Claudio Coldebella e i suoi alleati di Milano, Tortona, Treviso, Trento e Cremona che l’accusavano addirittura d’assenteismo. Come ho anticipato durante gli scorsi playoff e assolutamente non mi sbagliavo. Nel frattempo infatti Ciccioblack Tranquillo stava organizzando il golpe mandando avanti i suoi sottopancia per promuovere la causa di Gherardini presidente negli stessi giorni in cui la Virtus Segafredo, chiaramente contraria, era in altre faccende affaccendata come la conquista dello scudetto nelle finali con Brescia e qualche altra società, Varese e la Reyer in primis, tradivano in silenzio come fanno i pesciolini rossi di mia conoscenza. Bene. A parte il soprannome e il cognome del presidente della Banda Osiris che mi è sfuggito di penna. Come quello ora di Andrea Bassani, il suo vice, alias Iena ridens. Il quale in una delle prossime assemblee, anche già forse in quella di mercoledì, sarà investito da Gherardini di chissà quale inutile carica tra i suoi più fedeli collaboratori Pensioni dorate. E intanto io pago! Direbbe il signor Balanzone.
P.s.: tre articoli di tre giorni in uno: non credo che possiate più dir niente del vostro scriba che stavolta andrà domenica anche su Facebook dove per la verità non ho lo stesso elevato numero di consensi che trovo su www.claudiopea.it . Buona lettura comunque a sorsi. E buona domenica. Ma adesso, se non vi dispiace, mi vado a guardare in diretta su Netflix la finalissima di Riad tra Alcaraz e Sinner. Sperando che i 5 milioni e spiccioli (140 mila euro) finiscano come l’anno scorso nelle tasche di Jannik. Io ci credo. Carlos al servizio: 0-40…