L’ironia sui blog non è capita, figuratevi la mia satira…

    13 ottobre, lunedì          Una buona regola del giornalismo di un tempo, che purtroppo è finito in cantina e nessuno lo cerca più, era quello d’evitare preferibilmente di fare il titolo sull’incipit dell’articolo che io preferisco chiamare “pezzo” come piaceva tanto sentirmelo dire a Claudio Marsico che mi legge ancora o almeno così mi racconta. “Hai fatto oggi il pezzo?” mi domandava quando c’incontravamo in piazza e ridevamo di gusto. Una volta, e parlo di cent’anni fa, titolai sul primo giornale che mi ha dato dopo NovaRadio un posto fisso, il Diario di Venezia e Treviso di Ciccio e Gianni De Michelis: “Attenti a quei due!” riferendomi proprio a lui e a Valter Deanesi che giocavano entrambi in serie C nel San Marco, la seconda squadra di Mestre allenata dal mio grande amico Roberto Zamarin, perché avevo saputo che il sabato prima della partita avevano fatto le ore piccole in discoteca e la domenica non avevano infilato una sola palla nel canestro nemmeno se fosse stato grande come l’Osellino, il fiume che in verità è un tronco d’alveo naturale del ben più famoso Marzenego, ma che ho più caro al mondo. E soltanto per il fatto che passava vicino alla casa di mia nonna paterna che aveva un meraviglioso giardino con una pergola d’uva fragola e tre o quattro alberi di pomo-cachi che di questa stagione erano l’oggetto massimo dei miei desideri di bambino goloso e felice d’essere soprattutto molto viziato da mia zia. Ma delle nonna Adele e di mia zia Rina, oltre che dell’aiuola (con tutte e cinque le vocali) d’ortensie blu scuro, quasi viola, sotto le quali mi nascondevo, sto raccontando la storia sul libro autobiografico che ho cominciato a buttar giù e avrà due finali a sorpresa: o non lo finirò mai di scrivere o non lo darò mai in pasto alle stampe. Perché non mi piace – forse ve l’ho già detto – di presentarlo dovendovi convincere di quanto sia bravo.

Ovviamente ero partito col dire una cosa che non aveva nulla a che fare con l’uva fragola e i pomi cachi che mi è difficile oggi trovare dai fruttivendoli al mercato se non da Bulgari nel centro città. E così, come spesso mi capita ma non me ne preoccupo, sono inevitabilmente pure andato fuori tema. Stavo infatti dicendo che non si dovrebbe fare un titolo uguale alla primissime righe del pezzo ed invece adesso non è più così. Perché adesso posso anche titolare “L’ironia sui blog non viene capita, figuratevi la mia feroce satira” essendo ormai arrivato a metà del secondo capoverso e quindi tutto mi è concesso tranne che parlare del giornalismo che ormai sta andando a rotoli per colpa d’editori senza scrupoli ai quali interessa una cosa soltanto: raccogliere più pubblicità possibile e in particolar modo dagli inserti che sono soltanto una gran riserva aurea per l’esagerato numero di sponsorizzazioni. Che poi gli articoli siano scritti da autentici cani, servili e sottopagati, cosa volete che importi a loro? Meno di nulla.

Mi verrebbe semmai da chiedere all’Ordine dei pennivendoli se rientra nelle sue competenze, che non ho mai capito bene quali siano, se può intervenire per fare almeno in modo che gli inserti dei quotidiani non siano a pagamento, mentre al lettore è fatto addirittura l’obbligo d’acquistarli assieme ai giornali. Nell’attesa che almeno il mio miglior amico tra i colleghi, Larry Sani, numero uno (per me) nell’Ordine nazionale, mi risponda a dovere, dal momento che nel pomeriggio telefonicamente era irraggiungibile e forse era proprio impegnato a far saltare in aria qualche inutile Masters di giornalismo, mi domando e chiedo (rafforzativo ad hoc) cosa possa a me interessare l’inserto delle donne al venerdì sul Corriere o Repubblica e men che meno quello d’economia del lunedì quando della materia non capisco un tubo e non faccio economia neanche quando vado a fare la spesa di frutta e verdura. Essendo, per forza di cose, diventato un vegetariano tenace, convinto ed esagerato. Specie nel divorare i pomodoro e le zucchine che la Tigre mi cucina in quantità industriale.

Almeno nell’inserto della Repubblica d’oggi a un euro e 90 e nella sua rubrica “Sport e cantieri” ho letto che servono sette miliardi per i nuovi stadi in vista di Euro32 e le società di calcio ne mettono solo la metà continuando a batter cassa al governo Meloni e al ministro per lo sport Andrea Abodi che le accontentano se possono. E non potrebbero. Già le Olimpiadi invernali di Milano col cuscinetto di Cortina non andavano fatte nel prossimo febbraio. Figuriamoci gli Europei di calcio tra sette anni quando di questo passo gli italiani avranno ben altri problemi per la testa come la disoccupazione e la bolletta dell’acqua da pagare. Lasciamo allora pure Euro3 alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, il dittatore, come lo definì Mario Draghi nel 2021, prima che diventasse pappa e ciccia con la vostra Giorgi(n)a. E piuttosto preoccupiamoci di quello che ha scritto oggi l’ex direttore Ferruccio De Bortoli sull’inserto economico del Corriere a due euro in tutto: “Crolla la produzione. Molte aziende, soprattutto artigianali, chiudono. Ma non è ancora purtroppo un’emergenza nazionale”.

Intanto mi ha richiamato Larry come non dubitavo. Il quale mi ha spiegato a chi mi dovrei rivolgere per sapere perché devo pagare gli inserti dei quotidiani di cui posso fare una cosa sola che non vi posso però dire per non passare anche per scurrile. E già dite che sono tremendo nella mia satira che non risparmia nessuno. Tranne Simone Pianigiani nella foto con Toko Shengelia al termine dell’ultima partita-scudetto che ha giocato a Brescia con la Virtus che da quest’anno si chiama Olidata e ci devo ancora fare l’abitudine. Prima che Dazn sbattesse la porta in faccia alla serie A di basket e il fantastico georgiano volasse al Barcellona. Simone è stato più volte corteggiato dalla Segafredo e dalla Reyer, ma nessuna società del Belpaese, a parte Milano, ha una programma solido e serio che lo possa catturare. Men che meno la V nera che non ha nemmeno uno sponsor per l’EuroLega. La quale sta cominciando a nauseare un po’ tutti: troppe partite e troppe squadre. O mi sbaglio? Compresa quella senza senso di Dubai, un autentico cimitero d’elefanti che gioca non certo per la maglia.

Mentre, tanto per finire un discorso che sia uno e non smarrirmi di nuovo in chiacchiere, Larry mi ha spiegato che, per protestare contro l’obbligo di pagare il supplemento per comprare i quotidiani che già un under 40 non legge per non sentirsi dare del vecchio dai suoi simili nche più ignoranti di lui, dovrei rivolgermi alla Fieg, ovvero alla Federazione italiana editori giornali. Meglio di no. In quanto presieduta da Andrea Riffeser Monti. Col quale ho un bel conto in sospeso. E già una volta, in una trattoria di San Lazzero di Savena (Bologna), stavo per rovesciargli sulla crapa pelata un piatto di gramigna al ragù di salsiccia che era un meraviglia e che gli sarebbe scivolata sul retro della giacca se un amico, avendo capito quali fossero le mie intenzioni, non mi avesse dissuaso dal farlo. Pentendosene però un minuto dopo. Peccato!

Bene, direi che per oggi può bastare. Ho scritto anche troppo. E magari non quello che avreste voluto. Ma ve lo ripeto: prima finisco di vedere tutte le partite di basket e di calcio che mi sono registrato e prima posso fare un quadro completo ed esauriente dei due campionati. Aggiungo solo che sono a un buon punto anche con i ritagli di giornale dai quali non mi posso separare e da quelli che invece a malincuore dovrò buttare prima che la Tigre getti anche me dalla finestra. Come questo del 31 agosto scorso che mi ha dato lo spunto per il pezzo d’oggi: “L’olimpionico Thomas Ceccon ieri ha postato su Instagram un commento sotto una foto di Benedetta Pilato con la cuffia: “Mi ha rubato anche quella”. L’ironia però non è stata capita e Ceccon è stato investito da una bufera social che lo ha costretto a cancellare il post. Duri commenti anche contro Chiara Tarantino che ha subito chiuso tutti i suoi canali”.

Sperando che sappiate cos’hanno combinato le due campionesse azzurre di nuoto a Singapore. Non nella vasca dei Mondiali, ma al duty free dell’aeroporto. Perché adesso non ho proprio voglia di raccontarvelo prima di cena. Dove mi aspetta un piatto di zucchine e un altro di melanzane. Col succo di pomodoro. Mele cotte e cachi così piccini che sono buffi e li chiamano cachetti. Mentre se non conoscete Claudio Marsico pivot ve lo dico subito: è il figlio del grande Gigi, per 32 anni allenatore della Reyer: una leggenda. Che nel 1970-71 cedette alla Fluobrene d’Augusto Giomo in serie B oltre al diciannovenne Claudio (pivot), anche Giorgio Cedolini (un altro mito granata), Massimo Zanon (fratello di Paolo, il miglior arbitro italiano forse di tutti i tempi, e chi se no?) e Ennio Quintavalle (playmaker assieme a Franco Dalla Costa) che ha sposato la figlia del geometra Domenico Bendoricchio. Il quale lanciò l’idea con un altro centinaio d’imprenditori mestrini di costruire in proprio un palasport per la squadra di basket della loro città: il Taliercio che fu inaugurato venerdì 27 gennaio 1978 alle 18 con il derby contro la Reyer del Paron Zorzi vinto clamorosamente dai biancorossi di Roberto Zamarin con la diretta del giovanissimo Alessandro Ongarato (oggi a Mediaset) su NovaRadio di cui ero il direttore. Come mi ha scritto ieri Pietro Generali, argento olimpico a Mosca 1980 con Dino Meneghin e Renato Villalta, che ricorda ancora con molta nostalgia quei tempi nonostante la retrocessione della Vidal in B e il bel ritorno alla Virtus.

Tutti i conti alla fine tornano. Dal primo passo d’avvicinamento di Gigi Marsico da Venezia a Mestre. Tranne uno che un giorno qualcuno dovrà spiegarmi: perché la Gemini deve pagare all’Umana l’affitto di un palazzetto che è suo e del sindaco di Venezia-Mestre che è uno solo: Luigi Brugnaro. Se invece vi piacerebbe conoscere il mio parere sul giallo di Trapani, dove la partita è andata ai supplementari e nel primo ha nettamente vinto (109-102) la squadra di Jasko Repesa, ma a una manciata di secondi dalla fine, sul 91 pari, la Reyer recrimina per un fallo di Petrucelli su Bownan invece regolarmente stoppato leggendo la cronaca di Giuseppe Nigro sulla Gazzetta. Domani andrò comunque a guardarmi tranquillamente l’episodio sul computer che uso o per scrivere il pezzo o per guardare LBA tv alla quale mi sono abbonato. Che comunque non giustifica il silenzio-stampa di Olivetta Spahija e le mani giunte del Pesciolino Rosso, alias Federico Casarin, che a volte si dimentica d’essere anche vice presidente federale, in segno di protesta nei confronti di Lo Guzzo, Bettini e Bartolomeo, i tre direttori di gara. Anche perché tutti gli arbitri da me confidenzialmente interpellati mi hanno risposto allo stesso modo. E cioè che il contrasto tra l’italo-americano John Petrucelli e Ky Bowman sulla palla non è apparso così netto da fischiare il fallo e nemmeno tale da determinare l’esito della sfida a tre secondi dalla sirena con due liberi assegnati all’americano della Carolina che nei due precedenti campionati ha giocato nella Nutribullet senza infamia e senza lode.

Ps.: dopo il poema d’oggi v’anticipo già che domani non scrivo e magari mi guardo la diretta di Bayern-Armani e in registrata Parigi-Virtus d’EuroLega di tre giorni fa che credo l’abbia vinta il team molto snodabile di Francesco Tabellini, il 42enne allenatore emiliano di Castelfranco che è stato il vice del Pilla Pillastrini a Treviso prima di trovar gloria in Repubblica Ceca col Nymburk (due titoli) e di passare quest’estate al Paris Basketball, campione di Francia, al posto del brasiliano Tiago Splitter che è tornato in Nba nello staff dei Blazers. Insomma Treviso ce l’aveva sotto il naso e non se n’è accorta. O, meglio, quando gli scienziati del consorzio hanno finito di dar retta ai Fioi dea Sud, gli ultrà della curva che avevano quale unico obiettivo quello di far fuori Frank Vitucci, ma pensa un po’?, il tecnico era già un italiano a Parigi. Ed intanto il signor Rossi ha perso le prime due di campionato come Napoli, Udine e Sassari, il Banco di Sardara che è riuscito a cadere persino a Cremona. Dove Davide Casarin è stato il mattatore con 14 punti, tanti quanti non ne ha mai segnati nelle ultime due stagioni a Venezia. Bastava allontanarlo dal padre-presidente che gliele dava tutte vinte frenandogli  la crescita, ma in laguna non mi hanno voluto ascoltare e come sempre hanno sbagliato loro. Non di sicuro io. Mentre la fiducia in Luigi Brugnaro sembra che sia scesa al 35 per cento. Cioè ad un solo lagunare su tre nei confronti del loro primo cittadino che otto-nove anni fa un sondaggio del Sole 24 indicava al secondo posto nella classifica dei sindaci più amati del Bel Paese. E ora è 49esimo. Vorrei non crederci. Ma come è stato possibile? A saperlo. E l’inchiesta Palude non può spiegare questo crollo. Semmai è la Reyer che non funziona più come ai tempi dei due scudetti e del successo in Coppa Italia con Walter De Raffaele.  Quando Brugnaro teneva tutto sotto controllo. Ed era sempre solo sua l’ultima parola.