
9 febbraio 2026, lunedì Penso d’avere, e non scherzo, una testa così dura che non posso neanche più chiamarla zucca. E men che meno, restando in clima olimpico, stone. La zucca è troppo tenera, mentre la pietra del curling contiene come minimo quattro o cinque neuroni. Che io non ho. Arrivando nella migliore delle ipotesi a possederne tre. Quando cioè sono proprio concentratissimo. Come Giorgia Goggia al cancelletto di partenza di una discesa che, se è ripida come quella di Kitzbuehel, non può essere affrontata da un gay. Questo l’ha detto lei in un’intervista sul Corriere della Sera ad Aldo Cazzullo e Flavio Vanetti. Non io. E per fortuna non l’ha chiamato “frocio” o “checca”. Nel qual caso l’avrebbero espulsa seduta stante – spero – dalla nazionale di sci assieme a tutte le sue medaglie e coppe del mondo con un gran bel calcio sul sedere. Che credo si possa invece ancora dire. O no? Non ho mica detto culo.
Non ci voleva comunque un genio per arrivare a capire che non avrei potuto continuare a seguire in quel modo delirante le Olimpiadi di Cortina che si disputano anche a Rho e nessuno me l’aveva ancora confessato prima d’oggi a mezzogiorno. Quando ho seguito in piedi sulla seggiola le azzurre dell’hockey impegnate contro il Giappone nell’impianto, nuovo di zecca, che hanno pomposamente chiamato Milano Ice Park. Un palaghiaccio in verità mica da ridire che non deve neanche essere costato tanto poco, ma non importa. O volete che Francesco Maesano, che mangia e dorme a Palazzo Chigi, mi tiri le orecchie in apertura del tiggì delle 20 sulla prima rete di TeleMeloni? Però se anche mi avessero detto che l’arena è ubicata a Rho ed è stata ricavata all’interno dei padiglioni della Fiera di Milano, avrei ugualmente applaudito una delle rare buone iniziative del governo in questi entusiasmanti Giochi invernali. Che ho seguito sabato e domenica dall’alba al tramonto e anche molto ben oltre.
Saltando da Raidue a Raisport, che sulla piattaforma di Sky non si possono registrare contemporaneamente, e io pago! Come neanche mi riusciva da bambino quando, per dirla alla modenese, andavo in campagna “a salter i fos a la longa”. E finivo qualche volta anche in acqua, con le rane che mi gracchiavano sulla testa, ma vuoi mettere la libidine di poterlo poi raccontare in giro vantandomi della mia agilità? Non rinunciando a Dario Pupo e Massimiliano Ambesi che non si possono perdere su Eurosport per nessuna ragione al mondo. Dal momento che come raccontano loro a due voci il biathlon con competenza e passione non c’è nessun altro nel Belpaese che li possa battere. Men che meno Fabio Caressa e Beppe Bergomi nel calcio. Ma ci vuol poco. O Francesco Pierantozzi e Federico Fusetti nel rugby. E qui il confronto è già più tosto. Mentre Ciccioblak Tranquillo e Matteo So-na-lagna, pardon Soragna, nel basket dovrebbero ritirarsi ancor prima che il duello con Pupo e Ambesi abbia inizio. Benché Eurosport – ripeto – abbia avuto la pessima idea di passare quest’inverno a Dazn. Dove bisogna laurearsi in ingegneria elettronica per capire come cavolo funzioni senza i continui e frequenti intoppi di quella rotellina bianca che gira impazzita al centro dello schermo quasi sempre vuoto.
Mi ci sono voluti due giorni, come vi stavo confessando, per capire che non potevo più andare avanti così. Soprattutto nel fine settimana. Quando non è che per le XXV Olimpiadi invernali si siano fermati i campionati del baon e della palla nel cestino. O di pallavolo. Scandicci-Conegliano per esempio è stata pazzescamente bella con il primo set primato vinto 41-43 (!) dalle favolose ragazze di Daniele Santarelli. O il Sei Nazioni di rugby che è iniziato con i fuochi pirotecnici e il trionfo dell‘Italia sulla Scozia per 18-15 dopo una ripresa che non finiva mai. 68mila appassionati sotto il diluvio all’Olimpico di Roma. Mentre la Lega del basket e di Maurizio Gherardini che fa? Se la dorme di gran gusto da mesi.
Ed io che mi ostinavo a voler vedere tutto. Peccato che, come le pagine non sono di gomma, neanche il giorno è più lungo di ventiquattr’ore. Durante le quali sarebbe stato comunque il caso che ricavassi almeno sette otto ore per dormire alla grande e un’oretta per la pennichella. Ebbene la pennichella me la sono sognata. Come pure di chiudere occhio la notte per più di sei ore. Alzandomi anche un paio di volte a fare la pipì dentro alla tazza. Finché stamattina la Tigre mi ha lasciato dormire sin quasi alle undici: ne avevo proprio bisogno. Avendo sempre fatto nel weekend le ore piccole per poter riversare sul mio sito dopo cena tutto quello che avevo seguito in televisione durante il giorno. Però ora basta. Altrimenti mi rinchiudono a San Servolo.
Anche questa sera, per la verità, la mezzanotte non è poi lontana. Ma avevo già deciso di prendermi ventiquattr’ore di riposo assoluto quando mi sono ricordato che domani non ce la farò a scrivere. Perché a Sant’Elena gioca in infrasettimanale il Venezia contro il Modena. E quindi avrei tradito i miei aficionados di www.claudiopea.it per due giorni. Sia mai e poi mai. Piuttosto non guardo la Juventus che mi hanno detto abbia pareggiato con la Lazio. Che sonno, che noia. Però la squadra di Giovannino Stroppa all’ottava vittoria consecutiva, record dei record neroverdi, lasciando perdere l’arancio mestrino per favore, non ci può, oggi come oggi, non vedere dalle gradinate del Penzo se non piove o, alternativamente, in diretta televisiva su Dazn se non ti lasciano portare l’ombrello nei distinti senza tettoie ai quali sono abbonato.
Arrivederci allora a mercoledì con Le mie Olimpiadi non dico a scartamento ridotto, perché non ne sarei capace, ma che senz’altro si limiteranno a seguire non più di un paio d’eventi belli o imbarazzanti dei cinque cerchi. Ovvero quelli che mi avranno più esaltato o deluso. Come oggi. Un giorno in cui l’Italia è rimasta a digiuno di medaglie dopo la scorpacciata di bronzo di ieri e l’argento dei magnifici quattro azzurri del più entusiasmante degli sport della neve dopo la discesa libera sugli sci. Ovvero il biathlon. E non stralunate gli occhi, per favore. Che non è proprio il caso. Anzi, se ve la siete persa, andatevela subito a vedere, ovviamente su Eurosport, la staffetta mista 4×6 con Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi (mi raccomando con due ti e due zeta) secondi soltanto, e per appena 25 secondi, al favoritissimo quartetto francese nel quale Perrot e Jeanmonnot sono gli attuali leader di Coppa del Mondo e Fillot Maillet e Simon non sono certo molto ma molto da meno.
La delusione è arrivata dalla combinata a squadre maschile. Dove, dopo il primo posto in discesa di Giovanni Franzoni, la nostra formidabile medaglia d’argento di sabato in libera sulla Stelvio, Davide Labate, da non confondere con Tommaso, molto più bravo, non è che l’avesse sparata tanto grossa sostenendo che l’oro era “chiaramente alla nostra portata” nella prova di slalom con Vinatzer, di cui nessuno ricorda il nome, vi aiuto io: Alex. Il quale in effetti è partito con un vantaggio sui superbi rossocrociati Von Allmen e Nef di quasi un secondo e mezzo. Su una pista facile come poche altre, addirittura con il pendio conclusivo del finale della Stelvio quasi in salita. Come del resto quello del Sestriere. Entrambi bocciati dagli organizzatori della Coppa del Mondo. E comunque Alex è partito così male, lento e svogliato, sciando ancora peggio sul piano, da segnare un tempo orribile, il 18esimo su 20. Da non credere: Franzoni-Vinatzer addirittura settimi alla fin fine, persino dopo Paris e Sala quinti. E un consiglio a Franzoni: la prossima volta taci. Che sarà molto meglio. E lasci parlare Alberto Schieppati che se ne intende cento volte più di lui.
Non c’è niente da fare: pure stasera ho scritto, se non un poema, quasi una puntata di un romanzo rosa. E non ho ancora esaltato la prestazione delle azzurre dell’hockey su ghiaccio alle quali la Gazzetta di Urbano Cairo, cui voglio un bene che nemmeno immagina, non dico che dovrebbe vergognarsi per non aver dedicato alla squadra nemmeno una riga in 17 pagine d’articoli monotoni e soporiferi, ma di non aver nemmeno ricordato l’orario d’inizio della partita della squadra del giovane cittì canadese Eric Bouchard con il più quotato Giappone, ottavo nel ranking mondiale.
Forse perché si è giocato a Rho? Da dove nasce, televisivamente parlando, Antonella Clerici. Non so se mi spiego. Che per me non sa fare nemmeno due uova al burro ma solo alla coque. E comunque l’Italia ha battuto per 3-2 le nipponiche. Con un finale al cardiopalma e l’ottimo commento di Stefano Bizzotto con Evelyn Bazzanella sulla spalla. Una vittoria vissuta calorosamente nel palaghiaccio della Fiera. Dove non avrei mai pensato che quasi quattromila spettatori avrebbero celebrato la prima volta delle azzurre dell’hockey promosse ai quarti di finale di un’Olimpiade. Con una doppietta di Matilde Fantin e la rete-partita di Kristin Della Rovere a rimpiattino. Di qui la foto che ho scattato alle eccitatissime azzurre tutte strette attorno al loro miracoloso portiere, Gabriella Durante, 27 parate su 29 tiri. Evviva! Ora affronteremo Canada o Stati Uniti. “Pochi (gol) a tanti” ha premesso il veterano telecronista bolzanino degli immensi Cagnotto padre e figlia. Ma va benissimo lo stesso. Molto meglio di Vinatzer e Labate, il terrore di Paris e Hinnerhofer. Che mi raccontavano d’aver paura di ritrovarselo una mattina svegliandosi sotto al letto. Già pronto a scattar fuori con il microfono in pugno come una spada di Damocle.
N.B.: adesso ho finalmente capito perché quelli del Corriere fanno le interviste soprattutto sportive in due. Come i carabinieri. Per non poter essere smentiti dalla mia parola contro la tua. Come nel caso di Sofia Goggia che ha dovuto e potuto solo chiedere scusa per l’idiozia che aveva sparato contro gli omosessuali. E dulcis in fundo gli immancabili tre aforismi di Francesco Sarti. Che ringrazio per non avermi svelato il risultato di Rieti-Mestre di A2. Che vedrò sul sito-tv di LNP domattina. Con tanta, forse esagerata sfiducia. “Le pozzanghere sono i pensieri della pioggia”. “Un fiore è sempre colto di sorpresa”. “L’alba ha il cielo, il tramonto un viale”. Uno più delicato dell’altro.