L’angolo d’orchidee non è forse un amore come Sinner?

 

     4 novembre, martedì                 Tarallucci e marmellata di prugne è stata la mia lussuosa colazione. Col caffelatte tiepido, quasi caldo. Non fa freddo: anzi, sono 20 gradi al sole. E il sole, a quanto pare, ci farà compagnia per qualche altro giorno. A novembre Venezia è fantasticamente unica anche perché non proprio affollatissima. Con la nebbia mattutina poi sarebbe ancora più bella se la scoprirete un poco alla volta uscendo di prima mattina dalla bocca di piazza San Marco e guardando verso l’isola di San Giorgio. Ma mi raccomando: ora non spargete la voce: è un segreto solo tra me e voi. La marmellata di prugne l’ha fatta la Tigre con le sue (sante?) mani. Una meraviglia. E ieri sera ha sfornato un pasticcio di zucchine che ha superato alla grande la prova del nove. Le è tornata la passione per la cucina? Mi pare proprio di sì. Evviva. Già sognando la castradina che preparerà la sera della Festa della Salute. Ovvero il 21 novembre. Come da tradizione. Sin dal 1630. Quando una terribile epidemia di peste colpì la Serenissima Repubblica e il doge Nicolò Contarini fece voto alla Madonna: se la città fosse stata liberata dal morbo, avrebbe costruito una basilica in suo onore. Nel sestiere di Dorsoduro. Sul Canal Grande e di fronte a San Marco. E così è stato.

Ho sentito ieri sera la Tigre che ordinava al telefono non so quanti chili di carne di montone affumicato e di verze. Ma adesso non chiedetemi la ricetta del piatto veneziano che prima mia nonna e poi mia madre non rivelarono mai a nessuno. Se non alle loro figlie. Peccato che noi fossimo tre maschi. Uno peggio dell’altro ai fornelli. Io soprattutto che non mi so neanche cucinare una pastasciutta al sugo di pomodoro. O, meglio, non ci ho nemmeno mai provato. Piuttosto salto il pasto. E allora ne ha approfittato mia moglie per farsi dare la ricetta e convincermi a mangiare la castradina che, schizzinoso com’ero prima di sposarla a vent’anni, ovvero nel lontano 1970, quando tutti dicevano che ero matto da legare, non mi sognavo neanche d’assaggiarla tappandomi il naso. Il castrato del montone? Per carità di Dio. Manco morto. Come dice ancora oggi nonno Nico non sapendo cosa si perde. E comunque, se apro il portone di casa, già vedo che si è formata una lunga coda d’amici che sognano un invito alla cena della Marisa, che loro non possono chiamare Tigre, per la Festa della Salute. Venerdì 21. Alle 20 in punto. Altrimenti la castradina si raffredda e non è più favolosa.

Sabato c’è il Venezia a Sant’Elena. Contro la Sampdoria. E non chiedetemi se ci vado. Dipende molto da come si comporterà stasera la Juve in Champions contro lo Sporting di Lisbona, “la solita squadra portoghese parecchio rognosa da battere a qualsiasi costo” suggeriscono la Gazzetta e il Corriere d’Urbano Cairo (sant’uomo) che adesso si sono messe a fare il tifo chissà perché – gatta ci cova – per Luciano Spalletti da Certaldo, il paesotto alle porte di Firenze dove è nato (forse) ed è morto (senz’altro) Giovanni Boccaccio. Come ci ha fatto sapere Luigi Garlando nelle sue quotidiane favole rosa per i bambini di sei o sette anni che non hanno ancora, poveretti, la più pallida idea di cosa sia il Decamerone. Forse la grande stanza da letto dei genitori? No, ma apprenderanno il significato quando al liceo classico studieranno il greco. Ovvero letteralmente “di dieci giorni”. Stavo dicendo che sono indeciso se vedere sabato alle 18 il derby di Torino o un’ora e mezza dopo Venezia-Sampdoria. Non potendo fare entrambe le cose. Dal momento che è vero che potrei sempre registrarmi Juve-Toro e guardarmela prima d’infilarmi sotto al piumone per la notte, ma volete che al Penzo non trovi un cretino che mi dica il risultato anche solo per fare lo spiritoso? Senza quota.

Mi sto sempre domandando come i neroverdi del buon Giovannino Stroppa abbiano potuto perdere a Carrara e domenica a Catanzaro: sarebbero tutti da ammazzare, in primis i difensori che prendono sonno a qualsiasi ora del giorno anche col sole negli occhi. Mentre in effetti non mi sono dispiaciuti i bianconeri che hanno vinto a Cremona. Mi verrebbe da dire pure a mani basse senza quella stupidata del Gatti(no) a un quarto d’ora dalla fine. E comunque adesso non venitemi a raccontare che già si è vista la mano di Spalletti nei progressi della Juve che in effetti ha tirato più volte in porta sabato scorso che in tutto il resto del campionato verticalizzando il gioco con due o al massimo tre tocchi di palla. La verità è che all’improvviso Vlahovic si è messo d’impegno. Tanto che mi pareva Mandzukic, lo straordinario e generosissimo attaccante degli scudetti d’Acciuga Allegri. Cambiaso ma anche l’oggetto misterioso Koopmeiner hanno cambiato pelle, ma andiamo piano prima d’affermare che l’ex cittì, che ha beccato due peri dalla Svizzera negli ottavi degli Europei 2024 e tre gol a zero dalla Norvegia a Oslo nell’estate scorsa, è il mago che fa al caso di John El Cann nulla vincente. Aspettiamo almeno un mese prima di sputar sentenze e intanto vediamo cosa combinerà la Vecchia Signora suicidi stasera. Ficcandoci bene in testa che con questa Juve non si va lontano in Champions e comunque di sicuro non si strappa lo scudetto al Napoli del Conte Antonio.

Guardo l’orologio: sono quasi le 21. Ed eccezionalmente mi voglio guardare il match dell’Alianz Stadium in diretta. Avendo oltre tutto ancora un sacco di roba da seguire in registrata a partire da Milan-Roma e i due posticipi di ieri sera. Oltre a buona parte delle partite di serie A e A2 di pallacanestro. So solo che hanno vinto i rossoneri e sono felice per Acciuga. Mentre insieme piangiamo il comune amico Gianni Galeone che domenica se ne è andato senza dirmi niente. Infatti gli avrei riso in faccia anche solo pensando che lui potesse star male con tutta quella simpatica e urgente voglia di vivere che ogni volta mi sprigionava a tavola davanti un buon taglio di vino. Che lieve ti sia la terra, caro Gianni. Rimandando il coccodrillo alla prossima puntata: te lo devo. Piuttosto ho fatto postare da Pippo, il mio blogger, la foto delle orchidee di tutti i colori che ho nell’angolo del mio nuovo studio. Accanto al televisore. Con il sole che scalda i suoi fiori di una bellezza e una tranquillità rassicuranti. Come Jannik Sinner  che è un amore di tennista. E ancora di più come ragazzo che, dopo aver stravinto a Vienna e a Parigi senza aver perso manco un set, avrebbe potuto benissimo raccontare un mare di bugie, come fa ogni giorno Giorgia Meloni, per giustificare la sua assenza dalla Davis bolognese agli italiani che pensano di lui che non sia italiano perché ha studiato nelle scuole della sua terra natia, l’incantevole Val Pusteria, o perché ha preso la residenza a Montecarlo, come del resto Lorenzo Musetti da Carrara (ma nessuno lo ricorda mai), e non paga le tasse al regime degli evasori fiscali più spregiudicati d’Europa, ma ha girato i sei milioni intascati dagli arabi a Riad ad una associazione che costruirà le strutture sportive che mancano ai giovani sudtirolesi. Dal momento che non ci hanno pensato prima i neofascisti e i luridi comunisti del Bel Paese. Buona partita. E buona notte. Evitando accuratamente magari di guardare il ruffiano Porta a Porta di Bruno Vespa.

Ps.: m’annodo il fazzoletto così la prossima non mi dimentico di strigliare non solo il povero Vespa o i suoi simili, gerarchi o camerati che siano, ma pure gli illustrissimi Augias, Gramellini, Severgnini e Cazzullo, che scrive anche sui muri dei bagni, come mi ha suggerito l’amico Leo Iannacci molto più attento di me nello scovare i nemici di Jannik sui giornali, ma anche Elena Pero che spende ogni volta più “bravo” per gli avversari di Sinner che per il nostro numero 1 al mondo. Oltre a Eleonora Daniele, Milly Carlucci e Roberto Chinzari che per diversi motivi non riesco proprio a digerire. Per non parlare, ma ne parleremo, dell’Aldo Grasso e magro…