Ho paura che il 2026 non potrà essere migliore del 2025

      1 gennaio 2026, giovedì          Cicinin è forse la parola che più mi piace anche se so benissimo che è dialettale ed è molto usata soprattutto dalle parti di Torino. Per la verità m’appassiona  ancora di più cincinin, con tre enne insomma, come dicono in provincia di Pesaro o appena fuori Milano, dalla parti d’Arcore. E quindi è assai probabile che sia questa la ragione, conoscendomi, per la quale mi va di traverso ogni qual volta la pronuncio con un filo di voce e di sottile ironia. Aggiungi un cicinin (un po’) di sale alla zuppa di pesce è stato allora il consiglio che ho subito dato l’altro giorno alla mia Tigre quando mi ha riscaldato quella entusiasmante minestra di sanpiero che Giovanna, la figlia di Nico, mi aveva regalato per Natale. E’ infatti risaputo che il mio amico sia il più grande intenditore di pesciolino adriatico che esiste sulla faccia della terra. E, se non proprio al mondo, almeno in laguna e contorni. Così come Nico è però sciapo, detto alla veneziana, nel gusto. Cioè non ama il salato. E dunque un cincinin di sale è d’obbligo nella zuppa di sampietro della Giovanna se vuoi darle un meritato dieci tondo tondo in cucina. Senza discussione. Chiaro?

Chiarissimo. Almeno per me. Se invece passiamo a scambiarci gli auguri per l’anno nuovo come abbiamo già fatto a Natale, e li ho fatti a tutti, ma proprio a tutti, nessuno escluso, devo prima confessarvi che sono un cicinin, o un cincinin, dispiaciuto che il 2025 sia finito così presto e non perché abbia rinunciato a chissà mai quale festa. Non siamo difatti nemmeno usciti di casa, la Tigre ed io. Neanche per vedere in Arsenale i fantastici fuochi pirotecnici sul bacino di San Marco assieme a Rocco. Né a mezzanotte abbiamo brindato al 2026 dal momento che per forza di cose siamo diventati entrambi astemi. E vecchi. Un solo sorso di Calicantus, un vinello amabile e leggerissimo, quattro gradi appena, tanto per non prendere a calci la tradizione. Come le lenticchie o i cicchi d’uva bianca. Però, egoisticamente parlando, un anno così bene in salute non lo passavo da tempo. Senz’altro il migliore degli ultimi cinque o sei. Per non dire di questo secolo. A Dio piacendo.

O forse, guardandovi intorno, pensate davvero che il prossimo anno sarà migliore di questo? Me lo auguro. Mi par ovvio: non sono pessimista di natura e di concetto. Ma non posso ancora credere alla Befana che vien di notte con le scarpe tutte rotte e le calze piene di dolci. O a Giorgia Meloni e al suo governo di manigoldi e bugiardi. Che si sono compattati per stravolgere il mito di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri. O mi dovrei fidare che criminali di guerra come Putin, Trump o Netanyahu possano deporre le armi un giorno per l’altro soltanto perché li supplica Leone XIV che sarà anche un buon Papa ma non è Jorge Mario Bergoglio, l’ultimo gesuita marxista che ci ha lasciato a Pasqua con la speranza di una pace che nel Bel Paese quasi tutti adesso fingono che non li riguardi. Specie dopo che l’Unesco ha riconosciuto la nostra cucina patrimonio dell’umanità e il magna e bevi è diventato un tesoro della destra italiana. Evviva! Dio, patria e carbonara ha titolato il Venerdì di Repubblica nel segno di Zoro (Diego Bianchi). O dovrei illudermi che la sinistra della povera Schlein possa trovare nei prossimi dodici mesi un leader come Bertinotti senza scomodare Berlinguer che l’affianchi e la sostenga? Campa cavallo che l’erba cresce. E intanto copritevi bene per evitare le immancabili correnti del Pd.

Il 2026 sarà poi ricordato come l’anno delle Olimpiadi invernali più brutte e spendaccione della storia moderna. A Milano, nota località alpina, con Cortina a farle da scendiletto e Zaia a gonfiarla di debiti. E così desisto anche dal riempire i miei canestri d’auguri con della (buona) satira a poco al chilo. Che non sarebbe capita comunque dai diretti interessati che potrebbero prendersela persino a male. E questo non si fa soprattutto il primo di gennaio. Tanto più che nel calcio sempre più fastidioso El Cann, Lotito e Commisso potranno cambiare da un anno all’altro? O nel basket obsoleto Petrucci, Casarin e Antonini? Mai. E ho fatto solamente sei nomi a caso. Pescandoli dal mucchio. A occhi bendati. Alcuni invero non meno peggio d’altri. Come Gravina, De Lamentiis e Sacchi. O Gavio, Scola e Bartoli. Che sembrano averlo farlo apposta  a delegittimare i miei due sport preferiti che ora sono diventati il tennis di Sinner, ma anche di Berrettini e Musetti o di Panatta e Bertolucci. O la pallavolo di Velasco e De Giorgi, Egonu e Michieletto. Per non dire dell’atletica e del nuoto. Sperando che presto rifioriscano pure lo sci e la pallanuoto.

Credo che per il primo dell’anno 2026 possa bastare. Se non dovessi ancora spiegare il motivo che mi ha spinto a pubblicare una foto che ho scattato sabato e che ha poco a vedere con quanto ho scritto sinora. Ma non sono riuscito a rinunciarci per spiegarvi che non son tutte rose senza spine nello sport a Venezia. Anche se Antonelli ha costruito una squadra-meraviglia che l’ottimo  Stroppa dovrebbe portare in serie A perché giocatori come Busio, Yeboah e Duncan non li ha nessuno in B. Men che meno il Frosinone capolista o il Palermo d’Inzaghi. Ma l’avete mai vista una biglietteria così indecente come questa di Sant’Elena in uno stadio per esempio della Bulgaria o della Siberia? L’unica del Pierluigi Penzo (quasi esaurito) per tutti gli oltre dodicomila ordini di posti: dalle curve alle tribune. Con i vetri infranti e un solo povero ragazzo al botteghino. Con ancora la lista dei prezzi della partita in casa con il Monza che si è giocata il 13 dicembre dell’anno passato. Ma si può? Decisamente dico di no. E aggiungo che è una vergogna. Più grande del Bosco dello sport che sarà pronto a due passi dall’aeroporto di Tessera tra un paio di stagioni o giù di lì. Salvo burocratici intoppi durante l’accidentato percorso…