
5 febbraio 2026, giovedì Questa è proprio bella. E allora ve la racconto subito. Riandando a sabato scorso, ultimo giorno di gennaio, se non mi sbaglio. Sarà comunque il caso di buttare l’occhio sull’agenda. Dove mi scrivo tutto. Anche quanto peso prima d’infilarmi ogni mattina sotto la doccia. Settantadue chili e mezzo. Troppi? Vi prego, non mettetevi già a ridere: ne pesavo otto di meno solo un anno fa e, se vado avanti di questo passo, facendo due calcoli, con la fame nera che ho da quando ho riacquistato tutti i gusti, o quasi, facciamo all’80 per cento, arrivo a sfondare gli 80 chili già nel prossimo Natale e contorni. Non so se si possa dire “fame nera”. Penso non sia molto carino. Anche se razzista non sono. E men che meno fascista: questo è poco, ma sicuro. E poi sono come Virna Lisi, di cui vi ho parlato entusiasticamente la volta scorsa: “Con questo sorriso (satirico e beffardo) posso dire ciò che voglio“. Pure che FB mi sta qui: scegliete voi dove. Tanto peggio di così non mi può trattare nascondendomi persino agli amici degli amici più stretti. Quelli che io chiamo aficionados. Alla Gianni Clerici. Il quale, sono pienamente d’accordo con la bravissima Emanuela Audisio, era uno dei Magnifici Quattro assieme a Gianni Brera, Gianni Minà e Gianni Mura.
“Si chiamavano tutti Gianni”. Non c’avevo mai fatto caso. Anche se a Clerici passavo i pezzi da Wimbledon o da Melbourne, dal Roland Garros o da Flashing Meadow, insomma dai quattro Slam del tennis. Mentre a Brera ho portato via la sedia e la scrivania al Giorno quando nel ’79 presi il suo posto, solo fisicamente, per carità di Dio, e lui passò al Giornale e non ancora a Repubblica dove si sarebbe poi portato Clerici. Che non sopportava Gian Maria Gazzaniga e non si poteva dargli torto. “Giocavano con le parole, erano appassionati di cultura, hanno cambiato il giornalismo. Ognuno con la propria diversità e le proprio convinzioni. Giuseppe Smorto, che ha lavorato con loro e con qualcuno è stato più amico, in occasione dei 50 anni di Repubblica racconta ne “I 4 Gianni” la loro partita in un giornale nato senza sport che poi però si è fatto conoscere con il suo gioco. Bello, originale, diverso. Quatto pezzi (non) facili da gestire e da sistemare nelle pagine”.
Comprerò senz’altro il libro di Smorto e mi piacerebbe che lo leggessero i miei tre nipoti. Che magari non hanno mai sentito parlare di Clerici, Brera, Mura e Minà in ordine di (mia) preferenza. E non perché sono ignoranti. Anzi. Ma perché non hanno mai letto Repubblica. Purtroppo. Ma al massimo la Gazzetta e non di carta, ma su Internet. Disgraziatamente. Pure oggi Luigi Garlando vi ha dato La sveglia e mi dispiace d’averne per una volta pensato bene la settimana scorsa quando ha scritto di Lorenzo Musetti che “giocava da dio, detto con rispetto” prima che un altro, l’ennesimo guaio muscolare, lo costringesse al ritiro sul due set a zero nel quarto di finale di Melbourne contro Nole Djokovic. Ho un debole per Musetti. Non l’ho mai nascosto e quindi non è stato difficile per Garlando corrompermi. Poi stamane ha goffamente di nuovo preso per il cesto il mio Acciuga che meglio di così al Milan non può fare e allora ve lo ripeto: è proprio uno scemo. Come di lui dice Max Allegri. Ovviamente con rispetto.
Vi confermo: sabato scorso è stato il 31 gennaio. Vi dirò di più, consultando l’agenda che ho sempre a portata di mano, quel giorno sono andato a sbarbarmi da Daniel on Figaro. Come quasi tutti i sabato mattina. Quando posso. Un vizietto che credo di potermi ancora permettere. Come Daniel fa la barba, con la sua passione e la sua attenzione, non ce nessun altro al mondo. Per non parlare di suo padre Figaro che spero di non dover spiegare il motivo per cui si fa chiamare così. Però il Barbiere di Siviglia lo canticchio lo stesso sperando che qualcuno dei giovani amici di Fb mi ascolti e non pensi che fosse una canzone di Gianni Morandi presentata ai nostri tempi a Sanremo. Che andrà in onda dal 24 febbraio al 28 febbraio e perciò dovrò cominciare ad organizzarmi per andare tutte quelle sere fuori a cena. Magari una volta con Filippo Antonelli che me l’ha promesso dopo la trasferta del Venezia a Frosinone. Mentre non me ne abbiano i tifosi dell’Unione, ma io intanto ho già raccomandato il magnifico diesse dei lagunari a chi di dovere nella Juve. Che per la verità mi ha confessato d’averci già messo da tempo gli occhi addosso. Non ne dubito.
Spero di non essere stato noioso con le mie digressioni. E comunque ripongo subito il mestolo di legno con il quale ho sino ad ora menato il torrone. La qual cosa mi piace da morire. Forse l’avevate intuito. Anche se dopo aver visto domenica i bianconeri di Lucianino Spalletti ripetersi molto bene a Cagliari (1-4) dopo il 3-0 rifilato al Napoli del Conte Antonio e meglio ancora il Brescia di Amadeus Della Valle che al Palalido di Milano ha legnato l’Armani del suo ex allenatore, il buon Beppe Poeta, ho fatto la pace in un colpo solo con il pallone da calcio e di pallacanestro. E quindi? Dopo le Olimpiadi invernali di Cortina d’Ampezzo, che si svolgeranno anche a Bormio e in Val di Fiemme, oltre che nella capitale longobarda, dovete fidarvi: tornerò ad affondare le dita nella mia marmellata preferita che è la satira sportiva. Chiedendo già scusa a Spalletti d’aver dubitato di lui, ma purtroppo l’uomo di Fucecchio in passato mi è troppo spesso andato di traverso per colpa del suo ma anche del mio brutto carattere.
A questo punto avrei dovuto spiegare ancora un paio cose: cosa mi è mai capitato di così straordinario sabato sera per non darmi ancora pace e perché ho scelto la foto della presidentessa delle presidentesse delle leonesse bresciane dal 2008, Graziella Bragaglio, e suo marito Matteo Bonetti, specialista in radiologia-radiodiagnostica col quale ho un gran bel feeling cestistico e una stima sincera per aver raddrizzato la schiena alla mia Tigre. Il che – fidatevi – era un cinin complicato. Quando ieri, al tramonto, mi ha chiamato Rocco, mio nipote, chiedendomi se per favore lo accompagnavo all’allenamento di basket dell’under 15 del Leoncino dal momento che da un quarto d’ora aspettava sotto la pioggia che arrivasse il bus che lo avrebbe dovuto portare alla palestra della Gazzera. In un primo momento ho pensato che avesse perso quella che una volta chiamavo filovia. E invece era davvero successo un casino: un pino del parco Piraghetto aveva scelto il posto peggiore dove finire d’esistere crollando proprio sul cavalcavia della Giustizia che unisce il cuore pulsante di Mestre allo svincolo della famosa tangenziale e ai paesi più importanti del circondario come Spinea, dove oltre tutto sono nati il mio sindaco Napoleone Brugnaro e la Divina Federica Pellegrini.
Non è possibile. E invece è proprio successo. Per un gran colpo di culo nessun ferito e nessuna auto danneggiata, ma in compenso “la viabilità del centro è andata completamente in tilt, paralizzata per oltre un paio d’ore” come ha scritto il Gazzettino che in queste faccende è abbastanza informato. Mentre si dimentica al lunedì di pubblicare la classifica dell’A2 di basket, tutto occupato com’è a cantare le lodi della Reyer di Olivetta Spahija terza o quarta in classifica, non me lo ricordo bene, o a darvi le cronache delle partite dei baloneri veneti di seconda categoria dilettanti che è poi la settima serie dopo la A, B e C, l’Eccellenza, la Promozione e la Prima categoria. Dove nel girone F il Tombolo (Padova) capolista ha perso domenica in casa 1-2 con Villanova e il Trebaseleghe, nonostante il successo per 1-0 a Curtarolo, rischia lo stesso di retrocedere. Morale della favola: Rocco è arrivato in ritardo di mezzora all’allenamento mentre a me è andata molto peggio: sono rientrato a casa che era già pronta la cena. Tortellini in brodo e carciofi lessi.
Oggi ho avuto un sacco da fare per tutto il giorno e da domani sono impegnatissimo con i Giochi dei cinque cerchi. Onde per cui ho ripreso adesso in mano il pezzo che praticamente avevo già finito di buttar giù ieri sul far della sera. Gettando di tanto in tanto l’occhio sul televisore che ho alle spalle: c’è Atalanta-Juventus di Coppa Italia. Che conta poco. Credete? Non ne sarei troppo sicuro. Entrambe le squadre non rinunciano del resto a schierare la miglior formazione possibile e immaginabile. La Signora scoppia di salute. E lo si vede. Ma le manca Yildiz. E si sente. Dopo 8 secondi, dico otto, su lancio di Conceicao c’è Thuram a tu per tu con Carnesecchi, ma col sinistro cerca l’aggancio e non il gol. Pasticciando da morire. Solo Juve. Prima il portiere bergamasco e poi la traversa respingono le conclusioni dello scatenato quanto impreciso portoghese. Sono non so quanti anni che non scrivo più una partita a tamburo battente. E lo confesso: mi piace ancora.
“Le otto di sera. Per milioni di uomini, ciascuno nella sua casa, nel piccolo mondo che si è creato o di cui è ostaggio, sta volgendo al termine, fredda e nebbiosa, una precisa giornata, quella di mercoledì 3 febbraio”. Il 3 febbraio. Come l’altro giorno. Che era però martedì. Se non faccio ancora confusione. Sono tornato a menare il torrone volendo dividere con voi le mie intense emozioni. Come il retro della copertina di “Le campane di Bicetre” di Georges Simenon, forse il mio preferito tra i fuoriclasse assoluti della scrittura del Novecento. Intanto va in vantaggio l’Atalanta al suo primo attacco come succede spesso nel calcio spietato e bugiardo. Anche più della Meloni. Dal dischetto segna Scamacca alla mezzora. Ma era poi da rigore il mani di Bremer? Mai e poi mai prima del maledetto Var. Oggi invece gli arbitri lo danno, specie se è contro la Juve. Come mi confermerà più tardi Alessio Tacchinardi su Italia1 a giochi fatti.
Vi chiedo scusa, ma non riesco proprio a vedere la partita in questo modo. Sprofondo allora sul sofà e tornerò a scrivere all’intervallo. Intanto penso che sia lampante la ragione dei sorrisi da orecchio ad orecchio di Graziella Bragaglio e Matteo Bonetti al termine del golpe (81-90) milanese della Germani di Mauro Ferrari (padrone) e Matteo Cotelli (allenatore). Avevo anche un’altra foto, ancora più bella se possibile, che mostra la presidentessa che col marito stupiscono godendo per la seconda tripla di Amedeo Della Valle dagli otto, nove metri, non di meno, che hanno definitivamente allontanato la sua ex Armani dal successo finale. In verità il mio Ricciolino, come lo chiamavo quando il figlio di Carlo, il Gatto con gli stivali, aveva ventun anni, era ancora tutto capelli e giocava nella miglior Reggio Emilia d’ogni tempo, quella di Stefano Landi, Alessandro Dalla Salda e Max Chef Menetti, l’allievo preferito di Dado Lombardi. Il Ricciolino – dicevo – che Boscia Tanjevic chiama Amadeus ricordandogli Mozart, è sempre stato un giocatore fantastico che solo quel matto di Gianmarco P(r)ozzecco non convocava in nazionale preferendogli Marco Spissu finito chissà dove. Credo a Saragozza. Dimenticato dal mondo. Il Poz è il Poz. Ma come ha fatto Federico Casarin a commettere lo stesso errore nella Reyer nonostante Spissu gli sia costato per tre stagioni il doppio di Della Valle? Ricordateglielo a Luigi Brugnaro. Per favore. Io mi sono stancato.
Nel resto dei primi 45 minuti l’Atalanta non ha più superato la metà campo come aveva del resto fatto prima e dopo il gol dagli undici metri inventato dal Var e confermato da Michael Fabbri che ho sempre considerato un arbitro molto ma molto scarso. Al secondo tiro in porta del match ha poi raddoppiato la squadra di Raffaele Palladino più fortunato di Carlo Conti che presenterà il prossimo festival di Sanremo. Con Sulemana al 77’. E al terzo ha triplicato Pasalic (85’). Per la gioia di Giovanni Albanese, l’inviato della Gazzetta che non ho mai sentito nominare neanche al Circo Massimo. Un poveraccio che ha parlato di Spalletti che si lecca le ferite e di una Juve che stecca di brutto a Bergamo. Senza fare alcun cenno all’episodio del rigore che ha fatto felice l’Atalanta e Urbano Cairo, contestatissimo da tutta Torino granata, ma guai a chi ne parla anche sul Corriere: sarebbe immediatamente licenziato. Vado a nanna. Consolandomi per il momento col primo successo nell’Olimpiade sul ghiaccio delle azzurre del disco (4-1 alla Francia) e di Stefania Constantini e Amos Mosaner nello sport dei sassi (8-4 alla Corea del Sud). Il disco? I sassi? Ma di cosa parla questo? si chiedono i nostri ragazzi che di hockey e curling non hanno mai sentito parlare prima di oggi manco per sbaglio. Sì, avete proprio ragione: casco dal sonno e quindi, sbadigliando, nemmeno vi racconto perché sabato sera non sono andato a teatro per vedere Antonio Orniano in “(In)grato” e nemmeno al Taliercio dove la Gemini Mestre pur senza pivot ( il sorprendente Lorenzo Galmarini) ha frenato la corsa della Givova Scafati di Frank Vitucci verso i playoff e, perché no?, la promozione nella massima serie. Dove Brescia è solitaria in testa alla classifica. Due punti sopra una Virtus più stanca che in crisi. Per merito soprattutto d’Amadeus, 31 punti, che non ha fatto rimpiangere l’infortunato palaymaker Ivanovic che pareva ed è spesso insostituibile. Il mio Ricciolino è anche il vero allenatore della Gemini. Cotelli lo sa e per questo non s’offende se qualcuno glielo dice. Anzi. E’ felice. Umile. E un sacco furbo.
P.S.: non me ne sono dimenticato anche se è molto tardi. Ecco altri tre gustosi aforismi di Francesco Sarti, che non salta mai di vedere una partita della Gemini, tratti dal suo libro “A sogni in faccia”. Verità. “Credo solo a ciò che rivedo”. “Vorrei un senso: grazie. Doppio”. “Ho sempre saputo la verità, ma non l’ho mai conosciuta”. Di tutto, di più. Infatti, già che ci sono, vi regalo anche la classifica dell’A2 che i giornali non vi danno neanche se li paghi. Se però li paghi, magari… 25esima giornata: Pesaro 36 punti; Cividale 34; Livorno, Brindisi e Rimini 32; Rieti, Scafati, Verona e Fortitudo 30; Avellino 28; Bergamo 26; Torino e Cremona 24; Mestre 22; Milano, Forlì e Cento 18; Ruvo di Puglia 16; Pistoia 12; Roseto 8.