A Reyer-Virtus ho preferito Sinner e la sua dolce morosa

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Se Gigi Buffon e Nicolò Fagioli mi dessero non dico tutti i giorni, per carità di Dio, ma di tanto in tanto un colpo di telefono per avere da me qualche buon consiglio sui risultati futuri-prossimi di calcio ma anche di pallacanestro, forse non si sarebbero rovinati la vita con le scommesse perdendo una montagna di soldi. E comunque sarebbe bastato leggermi ieri sera prima di cena su Facebook o, meglio ancora, sul mio blog (Mors tua vita Pea, alias www.claudiopea.com) per giocare una bella ichs (x) su Cremonese-Venezia e un 2 (due) secco su Brescia-Milano di basket. Infatti, come Germani-Armani è finita 86-96 con Pippa Ricci (16 punti) mvp del match, così la prima finale per la promozione in serie A dello Zini è stata vinta dalla paura di perdere di Giovannino Stroppa e Paolo Vanoli ed è finita 0-0 come era nelle logica della vigilia.  Stimo parecchio entrambi gli allenatori, che mi rifiuto di chiamare “mister”. Forse più dell’allievo del Conte Antonio il lodigiano che ha vinto la Coppa dei Campioni 1989-90 con il Milan di Righetto Sacchi, ma soprattutto di Gullit e Van Basten, che in finale contro il Benfica del magnifico Sven Goran Eriksson, s’impose a Vienna per 1-0 con una rete a metà della ripresa del terzo olandese, Frank Rijkaard. Per la verità in quella partita Giovannino non s’alzo manco dalla panchina, del resto era la riserva di Roberto Donadoni e non aveva grosse opportunità di giocare, ma nelle 35 partite in due stagioni rossonere, nelle quali poté comunque mettersi in vista, dimostrò d’essere un giocatore intelligente e dal piede gentile come ne ho conosciuti pochi altri nella mia vita di giramondo e d’inviato del Giorno dell’Eni.  Che cambiava aereo anche tre volte a settimana per correre dietro a questo o quell’avvenimento di sport partecipando a sette Olimpiadi e a ben 35 campionati del mondo compresi quelli di sci e di ciclismo. Oltre che di pallavolo con il sommo Julio Velasco, oro a Rio de Janeiro e ad Atene. Insomma portavo pure buono…

Domenica mi sarebbe anche piaciuto andare a Sant’Elena per celebrare il ritorno dei neroverdi di Paolo Vanoli in serie A, ma non ho trovato un solo biglietto, anche se prenotato da tempo, nemmeno nella curva traballante alla destra della tribuna centrale e quindi, senza rischiare l’osso del collo, adesso non so proprio dirvi come andrà a finire. Penso comunque con la vittoria del Venezia. Anche se le potrebbe bastare il pareggio al 90esimo senza dover ricorrere ai tempi supplementari. Un altro 0-0 allora? Non credo. Così come stasera non sarò al Taliercio per seguire gara 4 tra la Reyer e la Virtus anche se ho in tasca il biglietto pure per mio nipote gentilmente offertomi da Federico Casarin e dai suoi solerti collaboratori, ma preferisco vedermi la partita nella poltrona di casa con Rocco sulle ginocchia piuttosto che in loggione dove ho tutti gli occhi oro-granata e degli assessori fucsia puntati addosso per capire da che parte sto e cosa ne penso magari dell’arbitraggio. Insomma mi sento spiato e non sono libero di pensarla come voglio. Della quale cosa ne ho sempre fatto in 74 anni, quasi 75 il 13 d’agosto, una vera e propria ragione di vita.

Tanto più che se davvero v’interessa conoscere il mio punto di vista non mi sembra d’avervelo mai nascosto come fanno il 90 per cento dei mie illustrissimi colleghi o il 100 per cento dei giornalisti della Gazzetta che senza vergogna tifano per le scarpette rosse dell’Armani che è il miglior sponsor del giornale del loro padrone, Urbano Cairo. Al quale non interessa un bel nulla se la squadra dell’Innominabile quest’anno ha fatto pena in EuroLega o in SuperCoppa o persino in Coppa Italia. L’importante è che Giorgio Armani sia soddisfatto del loro rapporto in rosa e che cacci il grano al momento debito. Quanto al resto è molto meglio se Milano vincerà un altro scudetto, come è assai probabile soprattutto se nelle finali, al meglio delle cinque partite, dovesse affrontare nell’ultima la Reyer di Olivetta Spahija e non la Segafredo di Luca Banchi che non s’ha più cosa inventarsi quando la sua squadra perde la trebisonda e si mangia anche più di venti punti di vantaggio nel solo terzo quarto. In modo tale che l’Olimpia festeggi poi il tricolore con un paio d’inserti di una dozzina di pagine che di certo non saranno gratuiti e faranno contento solo l’avido lettore milanese.

Ho già scritto anche troppo (quasi 70 righe) e non ne ho francamente più voglia dopo che il pezzo che ieri ho postato più o meno alla stessa ora d’oggi non ha avuto i consensi che si sarebbe modestamente meritati. Evidentemente la gente mi legge solo quando batte la fiacca in ufficio o non è seduta davanti alla televisione rapita dal Tg1 di TeleMeloni o dai Cinque Minuti di Bruno Vespa che t’imbarcano con le sue fantasiose storie. “E tu scrivi prima” è il vostro suggerimento che accetterei volentieri se nel pomeriggio non mi fossi entusiasticamente perso dietro al mio campione preferito, Jannik Sinner, che ha stroncato a Parigi in tre set il povero moscovita Pavel Kotov con un triplo 6-4. Soprattutto adesso che ha una nuova fiamma, la russa Anna Kalinskaya, molto carina, che mi è sempre piaciuta un sacco e che oggi al Roland Garros ha vinto pure lei facilmente in doppio. Quanto a Reyer-Virtus che va ad iniziare tra qualche minuto non so dirvi se stasera andrà sul 2-2 nella serie perché non mi sono nemmeno preoccupato di sapere i nomi dei tre arbitri del quarto duello che spero non siano pro Brugnaro, checchè ne dica Napoleone, come sono stati mercoledì Attard, Bartoli e Quarta. Soprattutto il buon Manuelito Attard che sulla tripla di Marco Belinelli, che a 18” dalla fine del quarto periodo avrebbe potuto pareggiato il conto, non s’è accorto che il capitano della Virtus era inciampato sul piede di Spahija che il tecnico croato aveva oltre la linea laterale, quindi in campo, e dunque doveva essere punito con un intenzionale e quattro liberi nelle mani di Belinelli. So però con quasi certezza che la finale-scudetto sarà Segafredo-Armani. Scommettiamo? Non vi conviene.