7 ottobre, lunedì Stavolta Tadej Pogacar se ne è andato in fuga solitaria quando la strada della Tre Valli Varesine ha infilato una timida discesa lungo il lago, penso di Varese, a poco più di una ventina di chilometri dal traguardo dopo la salita per la verità pedalabile del Montello. E nessuno l’ha più preso, né rivisto, se non al traguardo dove, scendendo dalla bici, sorrideva felice come un bambino che, quando corre, vuole arrivare sempre e comunque primo senza sentir ragioni. E così il formidabile ventisettenne sloveno, lasciando in santa pace Eddy Merckx e tutti i cannibali e gli sciamani della terra, ha colto la vittoria numero 19 della sua ennesima formidabile stagione che diventeranno 20 sabato con il Lombardia nel quale si è già imposto nelle ultime quattro edizioni. Pogacar non ha vinto quest’anno il Ghiro d’Italia semplicemente perché temeva d’appisolarsi in corsa come succede spessissimo ai nostri poveri corridori e quindi ha snobbato il soporifero giro della Gazzetta di Urbano Cairo. E bene ha fatto perché, dosando le forze, ha poi trionfato per la quarta volta nel Tour de France dopo che nella Liegi e nel Fiandre e prima di conquistare nella scorsa la settimana sia il titolo mondiale in Ruanda che quello europeo in Francia. Sempre per distacco. Piantando tutti in asso a una settantina circa di chilometri dallo striscione d’arrivo.
Di fenomeno in fenomeno, forse Jannik Sinner gioca troppo e finisce che gli vengano i crampi come è successo l’altro giorno a Shanghai nel terzo set con Tallon Griekspoor, l’olandese numero 64 nel ranking che di solito è così tenero che lo spezza con un grissino come il tonno Rio Mare. Ecco un’altra pubblicità televisiva che suggerisco di fare in televisione al vincitore di Wimbledon. Alla faccia del mio amico Andrea Scanzi che mi ha sorpreso tempo fa con un articolo sul Fatto Quotidiano che avevo messo da parte tra i ritagli, ma chissà sotto quale torre di giornali è andato a cacciarsi. Altrimenti ve l’avrei riproposto perché denunciava Sinner per la sua enorme quantità di sponsorizzazioni. Dalla Nike, il suo main sponsor, lo stesso di Carlos Alcaraz, che ha blindato Jannik per i prossimi dieci anni con 150 milioni d’euro complessivi. Anche pochi. Ai brand di lusso come Rolex e Gucci alla Lavazza, il caffè che ti fa venir voglia di gustare con lui, il Parmigiano reggiano, la pasta De Cecco, Enervit, la Roche-Pasay e Formula 1. Nonché Intesa Sanpaolo, Fastweb, Panini e Pigna. Le cui vendite sono cresciute del 40 per cento nel 2024.
Effettivamente sono tante, ma mai troppe. E difatti la Rio Mare dovrebbe darmi retta a contattarlo per riempire le dispense degli italiani con il suo tonno. Che magari l’altoatesino neanche assaggia preferendo come me il Consorcio in olio d’oliva, ma non è questo il discorso. Perché non dovremmo comunque essere invidiosi dei grossi guadagni strameritati di chi è indiscutibilmente il nostro tennista più forte d’ogni tempo. Ieri uno, oggi due del mondo: poco cambia. Oltre che un ragazzo straordinario. Che secondo Nielsen Sports dovrebbe guadagnare nel 2026 solo in sponsorizzazioni come Roger Federer, intorno cioè ai 100 milioni d’euro a stagione. Evviva! Son contento per lui. Così come non me ne importa un fico secco se, da quando è diventato maggiorenne, è cittadino monegasco. Lo dite perché non paga le tasse alla Meloni. Beato lui: lo sapete come la penso. E se non lo considerate un italiano vero, meglio ancora. Piuttosto lasciatelo in pace. Invece di spiarlo con i droni nel mare di Corsica per scoprire con quale ragazza s’accompagna o di costringere i genitori a recintare con le ringhiere di ferro la loro abitazione di Sesto in Val Pusteria per non ritrovarsi i giornalisti sotto al letto o la doccia.
Come ho appreso quest’estate in vacanza a Cortina d’Ampezzo quando un giorno ho fatto un salto a Dobbiaco e poi alla deliziosa San Candido. Dove tutti adorano i Sinner per la loro educazione e generosità. Ma quel che è troppo è troppo: non vi pare? Lo pensa anche il capriolo della foto. Che in verità non c’entra un tubo con il mio pezzo. Però chi mi segue su [email protected] sa che Filippo, il mio caro blogger, è in giro per il mondo ancora una decina di giorni e quindi ho a lui già commissionato tutte le foto (sino al 16 d’ottobre) svincolate dal titolo del pezzo. Difatti domani vedrete Paola Egonu e giovedì la finestra da dove, svegliandomi, vedevo le Tofane che sono le montagne più belle d’Europa, ma non è detto che per questo domani vi parli della campionessa olimpica e del mondo che ieri ha aperto il campionato di pallavolo con Milano che ha spazzolato Bergamo con un secco 3-0 mentre l’imbattibile Conegliano ha perso i primi due set a Busto Arsizio per poi vincere il quinto 15-9. O dopo domani che sprechi il mio tempo a convincervi che le Olimpiadi invernali di Cortina, scendiletto di Milano, saranno uno schifo come la Juventus di El Cann e tanti soldi buttati al vento da Luca Zaia nella pista di bob. Che sarebbero serviti piuttosto per costruire strade al riparo dalle valanghe.
P.S.: di basket oggi neanche una riga: così imparate ad arrabbiarvi se ho deciso di non mettere più in croce il Messi(n)a. Del resto o scrivo, e questo è il settimo articolo in sette giorni, per la verità senza tanti consensi dagli amici di Facebook che manderò presto anche tutti volentieri a remengo, e vado a seguire più di qualche partita da bordo parquet, come dovrebbero fare tutti i cronisti seri, o guardo in televisione la cinquantina ormai di registrazioni che mi mancano da vedere. Oppure le cancello tutte con un colpo da matto. E di spugna. Comprese quelle del pallone che sono una più noiosa dell’altra. In primis della nazionale con l’insopportabile Lele Adani. Vado per la seconda ipotesi, ma solo se ne val realmente la pena e non fate troppo gli schizzinosi.
