
8 febbraio 2026, domenica Le Olimpiadi, appena cominciate, sono già finite. Almeno per me. Dopo il rovinoso volo di Lindsey Vonn alla quarta porta dell’Olimpia delle Tofane. Prima ancora del terribile Schuss. Lassù, a Pomedes. Sotto il rifugio. Dopo 13 secondi di gara. Con il pettorale numero 13. Soltanto ieri avevo osato dire che il numero 13 porta fortuna. Non certo alla mia Signora dello sci. Purtroppo. Forse è il caso che qualche volta mi morda la lingua e stia zitto. Sarà meglio. Era Lindsey Kildow quando l’ho conosciuta la prima volta a Cortina. Non aveva ancora vent’anni. O, meglio, ne aveva esattamente diciannove e tre mesi. Essendo nata a Saint Paul, nel Minnesota, dove l’omonimo fiume confluisce nel Mississipi, il 18 ottobre 1984. E il 18 gennaio 2004 era salita per la prima volta sul podio di Coppa del Mondo. In piazza Angelo Dibona. Davanti alla chiesa con l’orologio della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Dove oggi arde la torcia olimpica dei XXV Giochi invernali di Cortina che si disputano anche a Milano o, se volete, pure a Bormio. O a Livigno (snowboard), il paese più freddo delle Alpi Retiche. O a Anterselva (biathlon) che devono smetterla di chiamare Antholz. Altrimenti gli italiani più stupidi hanno un cinin di ragione a pensare che Yannik Sinner, luce dei miei occhi, sia un crucco. Col chiodo sopra l’elmo.
Terza in discesa nella libera vinta da Carole Merle che aveva preceduto sul traguardo di Rumerlo proprio Renate Goetschl che gli ampezzani avevano già adottato come loro regina delle Tofane. Prima, ovviamente, d’innamorarsi come me di Lindsey che sull’Olimpia ha dall’anno successivo vinto per ben dodici volte. Tra discese e superG. Come nessun’altra sciatrice sulla neve. E della Terra. La francese della Valle dell’Ubaye e l’austriaca della Stiria avevano quella sera di gennaio di ventidue anni fa accentrato su di loro tutte le attenzioni della gente e dei giornalisti presenti nella piazzetta. In effetti la signorina Kildow, delle tre bionde sul podio, era la meno interessante. Acqua e sapone. Timida e intimidita. Con due cosciotte che chiamarle cosce non avrebbero fatto giustizia alla sua prepotente mole.
Sono sicuro che adesso i miei aficionados si chiederanno come faccio a sapere e a ricordarmi tutte queste cose. E allora è d’uopo che mi sbrodoli un secondo anch’io addosso come fanno ogni giorno Massimo Gramellini e Luigi Garlando sulla prima pagina dei quotidiani d’Urbano Cairo. Che per la verità non è meno narciso di loro due. Arrossendo però almeno un po’. Nel 2004 ero già da tre inverni capo ufficio-stampa della Coppa del Mondo di Cortina d’Ampezzo e per altri dodici sarei stato brillantemente confermato. Per volere d’Enrico Valle e di Benito Ferronato, presidente e segretario di un grande evento che si erano loro due magistralmente inventati con il sostegno di quattro o cinque validi collaboratori e non certo della Regione Veneto che all’epoca non contribuiva con più di diecimila euro a voler essere esageratamente generoso. Ma non esistevano ancora i Salvini e gli Zaia.
Ebbene per farla breve, il che mi riesce sempre molto difficile anche se oggi sono più nero della pece e butterei i cinque cerchi in aria, chi mi conosce sa che sono anche curioso più di una scimmia e quella Kildow, che tre anni prima si era imposta nello slalom del mitico Trofeo Topolino ideato da Rolly Marchi, mi stuzzicava parecchio. Presi allora sotto braccio la mia segretaria e accompagnai Lindsey sino all’albergo dove alloggiava. E prima di cena facemmo quattro chiacchiere volanti.
Ebbene da quella sera non dico che siamo diventati amici, ma che lei si confidasse prima con me che con qualsiasi altro dei giornalisti, come era accaduto pure tra me e Deborah Compagnoni nei suoi anni d’oro, questo è poco ma sicuro. Così che ora posso dire e non dire di quella volta in cui mi confessò che si sarebbe sposata con Thomas Vonn. Che non era proprio un gentiluomo. Come del resto fece la fuoriclasse di Santa Caterina Valfurva quando mollò il moroso che gestiva la piscina di Bormio per unirsi in matrimonio ad Alessandro Benetton dopo una scappatella sul suo yacht e con lui stampare tre figli. Che, ovviamente dopo il divorzio, sono rimasti tutti e tre a casa con il padre tra Treviso, Cortina e il resto del mondo.
Boccuccia mia, ora taci. Ed è quel che subito farò rinunciando per il momento a raccontarvi della breve storia d’amore tra Lindsey Vonn e Tiger Woods, il campionissimo di golf. Che si presentò al traguardo dell’Olimpia in maschera con una bandana che gli copriva gli occhi: era il Carnevale del 2015 e in quell’occasione l’americana di Vail, in Colorado, trionfando sia nella libera che nel superG ampezzano, divenne la sciatrice più vincente di sempre: 63 successi in Coppa del Mondo contro i 62 della grandissima Annemarie Moser-Proell.
Un bel salto in lungo ed atterriamo di nuovo a Cortina. Dove dopo il supergigante sulle Tofane non concluso per una serie senza fine di gravi infortuni, nel gennaio 2019, a 34 anni, si è ritirata dalle gare con un bottino inestimabile: 84 vittorie e 145 podi in Coppa del Mondo. Nella quale ha conquistato quattro coppe generali, otto di discesa, cinque di superG e tre di combinata. Oltre alle otto megaglie iridate, due d’oro, e tre olimpiche, una soltanto in verità d’oro nella libera di Vancouver 2010. Numeri spaventosi che però anche dicono come il suo tallone d’Achille siano stati sempre e solo i Giochi. Ecco perché due anni fa è probabilmente tornata a gareggiare. Non me l’ha confessato, ma potrei scommetterci. Sapendo che le Olimpiadi delle prove veloci si sarebbero corse sulla sua pista. Quella che scende da Pomedes a Rumerlo svoltando al salto (addolcito) del Duca d’Aosta e curvando di brutto sulla Stra, poi lo Scarpadon e la brutta e lunga diagonale delle Pale. Dove probabilmente la sua compagna di squadra Breezy Johnson ha entusiasmato infilandosi al collo la meritatissima medaglia d’oro. Più veloce del vento che nasconde nel suo nome. E dove Sofia Goggia s’è dovuta accontentare di vincere quella di bronzo completando comunque un tris prestigioso dopo l’oro di Pyeongchand 2018 e l’argento di Pechino 2022. Quelli della Rai Radio Televisione Italiana vorrebbero che fosse felice, ma lei non lo è. Fidatevi. Come del resto Federica Brignone, decima, che non accumula velocità e quindi non credo possa essere competitiva nemmeno in gigante. A meno di miracoli. Che nello sci non esistono. Come i se e i ma. Se avessi avuto le ruote ora sarei un carretto. E perché non una Ferrari? Ma così dici? Quello che voglio e quel che mi passa per la zucca.
Le Olimpiadi, appena cominciate, sono già finite. Mi pare lo dicesse anche Ornella Vanoni con altre parole. Almeno per me e almeno per oggi. Dopo l’agghiacciate volo di Lindsey che ho fotografato e poi tristemente postato. Nuvoloni di neve impazzita e le sue urla di dolore sulla pista che hanno ammutolito Cortina, Milano, Bormio, Livigno, Anterselva e pure Tesero. Dove le azzurre del fondo – diciamolo – hanno fatto pena. Tanto che io le avrei lasciate tutte a casa ad allenarsi dalla mattina alla sera. Compresa Martina Di Centa. Figlia di Giorgio e nipote di Manuela, campionissimi olimpici. Che ha chiuso al 28esimo posto che vale un 50esimo in una gara di Coppa del Mondo. Arrivando dopo la musica nella 10 + 10 chilometri a tecnica classica e poi libera. Ovvero a quasi cinque minuti dalla svedese Frida Karlsson. Ma è stata la migliore delle italiane, ho sentito dire al telegiornale di Tele Meloni. Magra consolazione. In fondo l’importante è partecipare. Chi l’ha detto? Pierre de Coubertin. Quando? Nel 1908. Ovvero l’altro giorno. Bene.
Dopo che l’elicottero s’è alzato in volo trasportando Lindsey prima al policlinico di Cortina e poi, meglio, all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ho spento la televisione sulle Olimpiadi e sono passato a seguire gli altri sport che avevo accantonato ieri e oggi: calcio, basket e rugby. Recuperando il tempo perduto, ma non ancora proprio tutto. Onde per cui domani, se scriverò, sempre che ritrovi la voglia, mi limiterò ad una svelta per modo di dire rassegna-stampa. Nella quale tutti ci spiegheranno che Lindsey, operata per la stabilizzazione di una frattura alla gamba sinistra, magari non avrebbe dovuto affrontare la discesa dell’Olimpia con il crociato del ginocchio rotto. E allora cosa avrebbe dovuto fare? Sferruzzare a maglia davanti al caminetto acceso per farsi un caldo pullover di lana o semplicemente la calza? Non è tipo. Credetemi. E magari la vado anche a trovare. In fondo non è poi così lontana da me. Ma intanto mi guardo Juve-Lazio.