Mabèl era soprattutto molto buona mi ha detto Bariviera

      5 dicembre, venerdì         Oggi sarà per me una bella giornata: ne sono convintissimo. E non perché la laguna scintilla di sole e le nuvole che scendono dalla montagna sono più candide che imbronciate. Ma perché, felice più di Rocco quando scopre dove sua nonna ha nascosto la Nutella, sono corso in ciabatte giù per le scale. In fondo alle quali Stefano appoggia i quotidiani sulla sedia di legno antico. Oltre alle riviste sportive e gli inserti che sono più che altro un’immane seccatura. A parte la serie mignon dei Gialli di Natale. Da Andrea Camilleri a Francesco Recami, l’ultimo di sei. E subito ho sfogliato, goloso e impaziente, le pagine di Repubblica, partendo dalle ultime, come faccio sempre anche coi giornali di quel protervo d’Urbano Cairo, per vedere se Emanuela Audisio m’avesse accontentato, come m’ero ieri augurato, scrivendo un dolce coccodrillo sulla cara Mabel Bocchi mentre volava tra le nuvole e finalmente le riusciva di schiacciare a due mani nel canestro degli angeli. Elegantissima come sempre nella vita e più ancora affrontando sulla terra, meglio di tutte le sue consorelle, lo sport che ha sempre amato sin da piccola, se mai lo è stata: la palla nel cestino.

Lo sapevo che Emanuela non mi avrebbe tradito. Anche se non le avessi chiesto nulla. Ma certe cose non si domandano: si fanno e basta. Un articolo splendido che non posso chiamare pezzo e che ora leggeremo insieme. “Il mondo di Bocchi, la prima Divina che lottò per le donne”. Trequarti di pagina 51. Sopra a Danilo Gallinari – mi pare giusto – che ha annunciato il suo ritiro e resta però a Miami dopo aver capito che l’Armani proprio non lo voleva. Nel sommario “L’addio a 72 anni: Mabèl (con la “e” accentata, quando la classe non è acqua) è stata una stella del basket cambiandone le regole. “Gli uomini meglio di noi? Un’assurda convinzione”. E due foto: una in bianco e nero con lei in partita, i capelli col taglio da maschietto vivace, la riga a sinistra e la maglia della Geas di Sesto San Giovanni numero 11. Come Dino Meneghin. L’altra a colori con Marina Perzy e Gianni Minà durante una Domenica Sportiva. Che sono proprio curioso di vedere se tra due giorni si ricorderà almeno lei della sua Mabèl collaboratrice speciale per molte stagioni dopo Aldo Giordani.

Gli articoli di Audisio sono articoli. I miei sono pezzi. Nei quali però butto tutto me stesso. Anche troppo dicono quelli che pensano che mi scrivo e sbrodolo addosso. Per essere diverso. E questo è probabilmente vero. Ma non per eccellere ed essere bravo come Leo Turrini che non mi ricordo mai con quante erre si scriva: considerata la sua umiltà, credo almeno otto. Asino cotto. Con Manuela abbiamo fatto molte Olimpiadi, Mondiali ed Europei insieme. Scrivendo soprattutto di pallacanestro e di nazionale. Lei andava d’amore e d’accordo con Valerio Banchini ed erano infatti imperdibili le sue interviste al Vate di Torre Pallavicina prima dei playoff per scatenare il gustoso botta e risposta con Dan Peterson e la guerra contro Milano che indispettiva Oscar Eleni, la più bella penna del vasto panorama cestistico d’allora. Quando ancora andavo con lui su e giù per lo Stivale guidando di notte, spesso con la nebbia e sotto la neve. E così il giorno dopo, leggendo i suoi articoli sul Giornalaccio di Silvio Berlusconi, santo e martire, almeno capivo quali erano i soggetti e i complementi oggetto dei suoi contrattacchi al veleno. Insomma non lo chiamavo ancora Gesù Cripto come si era inventato di soprannominarlo Larry il Magnifico, alias Lorenzo Sani. Così adesso l’Orso non s’incazzerà più solo con me e, spero, nemmeno con Larry che è imbattibile nella sua pungente satira ovviamente poco apprezzata dai “mo te la spiego io” della Bologna soprattutto virtussina.

La foto di questo pezzo me l’ha invece spedita Tattattira Iannacci e risale al settembre del 1990. Quando con Gianni De Michelis, ministro degli esteri e presidente della Lega del basket, e l’avvocato Luigi Porelli, sua spalla ideale, era una pacchia per i giornalisti della pallacanestro che erano invitati a partecipare ad un raduno precampionato, chiamiamolo così, di quattro-cinque giorni con tutti i migliori dirigenti della serie A in una della località turistiche più apprezzate d’Italia. Quell’anno toccò a Cortina. L’anno successivo alla Costa Smeralda. Tutti insieme appassionatamente. A pranzo e a cena. Al Lago Ghedina o all’hotel delle Poste. Giocando quelli che  ne erano capaci, io no, anche a pallacanestro. Con la trentasettenne Mabèl Bocchi, per definizione brava quanto bella, dentro e fuori. Sempre – fateci caso – col numero 11 di maglia, capitana coraggiosa della nazionale della Press parecchio scarsa se riuscì a prenderle persino dalla squadra dei maestri di sci ampezzani. Ma la scusa buona dei coach Mario Arceri e Gabriele Tacchini fu che a loro erano venuti a mancare i lunghi come Werther Pedrazzi (infortunato) e Daniele Dallera (disperso). Mentre abbondavano i piccoli azzurri. Da Enrico Campana al povero Franco Lauro. Da Lorenzo Sani a uno dei due gemelli Viberti. Giorgio della Stampa o Paolo di Tuttosport? Per via degli occhiali con montatura bianca direi Giorgio.

Ma ora leggiamo insieme l’incipit dell’articolo di Emanuela Audisio: “Mabèl è stata la prima Divina dello sport italiano. Libera, indipendente, femminista. Una Kessler spaiata. Una lottatrice sotto canestro, ma anche fuori. Non passava inosservata e non era mai banale. “Mi piacciono i bambini da zero a un anno, poi cominciano a rompermi le scatole”. Una fuoriclasse come Paola Pigni, Novella Calligaris, Sara Simeoni. Prima che arrivassero le altre divine come Federica Pellegrini, è stata lei a spingere lo sport azzurro un po’ più in là e fare capire che anche le donne potevano. Mabèl Bocchi, morta a 72 anni (tumore al polmone e problemi cardiaci), viveva a San Nicola Arcella in Calabria, ormai lontana da tutto, in una casa che guardava il mare, accanto alla sorella Ambra. In compagnia dei suoi tanti animali di cui si prendeva cura. Non aveva una colf e aveva imparato a fare il bagno a Cioppi, il merlo che ricambiava i suoi bacini. Mabèl nel ’78 trascinò il suo Geas al successo nella Coppa dei Campioni di basket (74-66 contro lo Sparta Praga), prima formazione femminile italiana di qualsiasi sport a riuscire nell’impresa”.

E ancora per far capire ai signori uomini della Rai che granchio hanno preso per non aver celebrato ieri come si doveva una fuoriclasse e una campionessa del genere. “E’ stata una pioniera forte, aggressiva, tecnica. Dominava sotto canestro grazie al “passo e tiro” perfezionato con il ct Gianfranco Benvenuti e grazie alle sue capacità atletiche. Era alta 1,86, straripante, non le dispiaceva essere anche una vamp, una donna-copertina, una femme fatale: indossava le minigonne e portava i tacchi, lei già gigante di natura. Ma anche una che non sopportava le ingiustizie, per il sistema era anche una rompiscatole: la prima a lottare da sindacalista per i diritti delle atlete. Per avere medico, massaggiatore, diaria. Si beccò richiami, multe, squalifiche. La prima, in un momento in cui l’attività femminile era timida e dimessa ad alzarsi sulle punte e a mostrare il corpo. Le altre si nascondevano, lei inventava ogni settimana un taglio e un colore nuovo di capelli. Le altre si oscuravano, lei diventava un volto in tv. Le altre si facevano piccole, lei si prendeva la scena. Girava con la spider (c’era una magnifica intervista di Beppe Viola), andava a ballare, aveva amori (molti), non rinunciava a dire la sua. “Odio il reggiseno che mi obbligano a portare. Sono piatta, non ne ho bisogno…”. E difatti a Cortina s’unì senza problemi ai giovani cronisti nello spogliatoi degli uomini. Salvo cambiarsi le mutande nel bagno delle donne della palestra delle scuole. In fondo a sinistra dove ho visto andare a fare la pipì disinvoltamente anche Deborah Compagnoni e Lindsey Vonn lasciando Tiger Woods nella station wagon.

Chapeau ad Emanuela. Credendo che per oggi non serva aggiungere altro. Domani forse. Però due parole le devo a Barabba. Insomma a Renzo Bariviera che ieri mi ha deliziosamente raccontato il suo “colpo di fulmine” per Mabèl. Che allora aveva appena sedici anni. “E io venti come te”. Però a venti io ho sposato la Tigre con il consenso di mio padre perché ero ancora minorenne. “Mentre noi ci siamo lasciati cinque anni dopo quel nostro primo incontro a Napoli. Il Simmenthal mi aveva appena acquistato dal Petrarca Padova ed ero stato convocato in nazionale. Ci fece conoscere il Paron Zorzi che l’allenava privatamente e raccontava di lei meraviglie. Mabel viveva da quelle parti. Nei boschi dell’Irpinia mi pare. Dove i suoi si erano trasferiti da Parma ed aveva aperto un’azienda che produceva funghi. Lei giocava ad Avellino. Dove aveva debuttato l’anno prima in serie B”.

In effetti era molto bella quanto brava. E fisicamente clamorosa. Ma era anche tanto giovane. Difatti la chiamai al telefono di casa, di cui mi aveva dato senza problemi il numero, solo una volta tornato a Milano. Mabèl intanto era passata alla Geas di Sesto San Giovanni per vincere uno scudetto dopo l’altro. Al primo appuntamento avrei voluto presentarmi con una rosa in mano. Ma lei preferì andare a mangiare in una buona trattoria mi pare dalle parti di corso XXII marzo. Lei ordinò un piatto di tortellini alla panna del quale poi volle subito fare il bis. Era una formidabile mangiona. Ma non ingrassava mai d’un etto perché correva e s’allenava sempre. Sì, anche per Mabèl fu un amore a prima vista. E l’avrei anche voluta sposare se lei magari avesse accettato d’andare a giocare a Cesena mentre io ero finito a Forlì. Saremmo insomma stati molto più vicini. E invece…” mi aggiunge con un velo di profonda amarezza. E forse anche di rimpianto. “Perché lei era bella e brava come dici tu. Ma soprattutto era buona d’animo. Di una bontà infinita. Senza uguali”. E me l’ha continuato a ripetere. Neanche non gli volessi credere. E invece mi aveva già convinto. Anche se in verità non l’avrei mai pensato.

P.s.: in effetti, come pensavo stamattina, è stata per me oggi una bellissima giornata. A mezzogiorno sono anche andato con Tommaso, il delizioso figlio del mio amico Nico, a pranzo al Leone di San Marco, e nemmeno vi racconto quanto bene e quanto abbiamo mangiato. Dalle cappe lunghe ai ferri al baccalà alla vicentina con polenta bianca. Dai paccheri con le treccine di calamari pomodoro e mentuccia per finire con il fritto del Doge e scampi dolcissimi. Mentre adesso credo di potermi vedere seduto sul sofà e in santa pace, cioè senza il sonoro di Sky, le registrate della Virtus che torna alla Fiera contro Dubai e l’Armani che affronta il Baskonia a Vitoria. Entrambe per il momento escluse dai play-in e quindi costrette a vincere se vogliono essere ancora da corsa in Eurolega.