La Pero di Sky felice che Yannik abbia perso con Mensik

                   20 febbraio 2026, giovedì                         Anche oggi mi sono svegliato insieme all’alba e un tempo così e così: piove o non piove, vedremo. Ieri intanto è nevicato, un bel mezzo metro, sulle piste dei cinque cerchi di Cortina d’Ampezzo che si è spenta, quasi immiserendosi, nell’ultima settimana dei Giochi pure milanesi come non era troppo difficile prevedere. Difatti non mi do delle arie se ho scritto quattro giorni fa: “Le mie Olimpiadi sono finite domenica”. Con l’oro della Divina Federica Brignone anche nel gigante sul pendio delle Tofane di Rumerlo e di Monna Lisa Vittozzi nella più prestigiosa di tutte le gare del biathlon nella splendida cornice dei boschi d’Anterselva dove la lingua madre a scuola è il tedesco e questo gli italiani più ignoranti, soprattutto veneti, non riescono a digerirlo. Ma ho pure aggiunto: “Però con questo non ho detto che non seguirò le Olimpiadi da qui alla cerimonia di chiusura nell’Arena di Verona”. Dopodomani. Commentata non più dal Meo Petrecca ma da Auro Bulbarelli. Ripetendomi ancora senza traduzione: “Pèso el tacòn del buso”.

Mi sono svegliato insieme all’alba, vi raccontavo, ma guardando la televisione ai piedi del letto mi sono di nuovo appisolato. Non ovviamente sul Due, il canale di questi Giochi, altrimenti mi avrebbe detto quel che era successo ieri nel dopo cena che io non volevo assolutamente sapere. Perché sono fatto così, testone oltre che idiota patentato. Bene. E avrei magari anche dormito sino a mezzogiorno se non fossi stato un’altra volta assalito dagli incubi mattutini. Il più frequente dei quali è stato che non avevo ancora potuto seguire né la Juve martedì in Champions con il Fenerbahce, nè Sinner ieri a Doha. Eppure dalla redazione sportiva già reclamavano i due articoli di commento su entrambi gli eventi. Ed ero disperato. Urlavo: “Perché non chiedete il servizio a Max Nerozzi che era inviato a Istanbul o il tennis a Vincenzo Martucci che è altrettanto bravo e sicuramente ha visto Jannik contro Mensik?”.  E mi sono svegliato di soprassalto. Spaventato e paurosamente rintronato.

E’ a quel punto allora che ho preso una drastica decisione: cancello, e l’ho subito fatto,  tutte le registrazioni passate, presenti e future dal Samsung che ho nella stanza. Dove, tra i fiori e i libri che non trovo più il tempo di leggere, le orchidee e i giornali accatastati sulla poltrona (vedi foto, ndr), adesso sto scrivendo questo pezzo finalmente riappacificato con il mondo e felice di non essermi incazzato con Cabal che è proprio da prendere a calci sul sedere e con Damien Comolli, il diesse bianconero francese che non so da quale cuccia John El Kann sia andato a pescare. E al quale mi piacerebbe domandare: non ha mai pensato di ritirare la squadra di Lucianino Spalletti dal campionato dopo che al giudice sportivo ottuso e cieco è avanzato anche di squalificare per un turno Kalulu e di non tirare nemmeno le orecchie di Bestioni o come cavolo si chiama Bastoni. Che, anzi, per premio è stato convocato in nazionale da Rino Gattuso, più micio che cane. Farebbe così felice l’Inter e il Napoli che, dopo essersi inventati il Var solo per punire Madama la Signora che aveva vinto nove scudetti di fila, diventeranno campioni d’Italia una volta sì e una no. Alla faccia del Milan d’Acciuga Allegri che lo scrittore di fiabe per bambini, Luigi Garlando, e il contadino di Correggio sempre vestito da festa, Daniele Adani, considerano l’ultimo della classe tra gli allenatori del Bel Paese. Perché le sue squadre giocano male. Mentre la Beneamata, come chiamava Gianni Brera la squadra per cui lui tifava silentemente  da ultrà della Nord, ha fatto un figurone – mi hanno raccontato – al circolo polare artico con un club, il Glimt di Bodo, campione in Norvegia del tiro con le palle di neve contro i pupazzi tipo Bestioni o Chivu. Il quale, se stesse almeno zitto, sarebbe molto meglio.

A farla davvero breve, provo a buttar giù un titolo in fretta e furia. Dovendo ancora cenare e tra meno di un’ora correre molto volentieri a teatro come tutti i venerdì alle 21 in punto. Dove sono proprio curioso di vedere “Nessuno. Le avventure di Ulisse”, e più ancora di sentire Stefano Accorsi nella rilettura del mito omerico diretta da Daniele Finzi Pasca nel testo di Emanuele Aldrovandi. Una delle poche cose buone che ho fatto in questa stagione è stata del resto quella d’abbonarmi al Toniolo che sta a 48 passi da casa mia. Così come per tutto il girone di ritorno al Venezia che domani gioca a Sant’Elena nel testa-coda con il Pescara e mi diverte sempre oltre la passione che ho invece solo per il Basket Mestre sponsorizzato Gemini. Che tra ventiquattr’ore affronterà al Taliercio l’Estra Pistoia che deve assolutamente battere per lasciare le sabbie mobili dei playout di A2. Mentre ho fatto bene a decidere di non seguire nello stesso palasport con una certa qual frequenza la Reyer di Olivetta Spahija,  poveretto già con il foglio di via. Mi è bastato vederla perdere in casa con la e ieri sera a Torino con Derthona per confermarmi tutte le cose brutte che ho sempre pensato su di lei con tutto il rispetto però che si deve ad una società per la quale Napoleone Brugnaro ha dato l’anima. Oltre ad un bel pacco de schei.

Ve ne parlerò magari domenica prima della finale di una Coppa Italia che in questa occasione penso che vada contro la tradizione degli ultimi tempi in cui ha sempre poi trionfato una squadra a sorpresa. Che, da autentico somaro, pensavo potesse essere stavolta Venezia oro-granata con il suo presidente, Federico Casarin che arbitrariamente continua sedersi sul primo posto della lunga panchina lagunare. Con Giannino Petrucci e Mauri Gherardini che fanno finta di nulla. La finale sarà insomma Armani-Virtus. Come ha scritto anche l’Orso Eleni che sull’Indiscreto, blog nerazzurro straordinariamente pacato, magari se l’è presa pure con me quando ha “maledetto il vittimismo juventino ricordando il passato quando i privilegi andavano alla real casa torinese“. Francamente non pensavo che pure Oscar tirasse fuori questi discorsi fatti da chi non sa perdere e sputtana invece chi vince il doppio di lui, ma poi si rifà ampiamente “invidiando Claudio Pea che invece riesce a sentire i suoi telecronisti preferiti (che poi sono Dario Pupo e Max Ambesi su Europosport-Dazn) sapendo che sarebbe bello trovarsi tutti ad Anterselva per festeggiare il vecchio biathlon con quello di oggi della Vittozzi finalmente d’oro”. Magari: si può fare e posso anche organizzare l’incontro.

Nel primo pomeriggio Pupo e Ambesi ci sono rimasti davvero male, come del resto il vostro scriba, quando il magnifico Tommaso Giacomel nella 15 chilometri della mass start, in testa dopo due poligoni a terra senza errori, ha dovuto arrendersi e ritirarsi per un devastante dolore al fianco sinistro mentre andava incontro probabilmente alla medaglia d’oro. “No, così no. Non è giusto. Maledetta Olimpiade. Tommaso era lì dove voleva essere nel giorno dei suoi sogni. E invece…”. Forse questo, e cioè sulla sfortuna nera di Giacomel, poteva essere il titolo del pezzo d’oggi. E invece Filippo mi aveva già postato la foto di Sinner che lascia il campo in cemento di Doha, nel Qatar, dopo aver perso il quarto di finale con Jakub Mensik, il ceco testa di serie numero 6 del torneo con un servizio potentissimo. Del quale per tutta la sua telecronaca su Sky la nostra cara  Elena Pero aveva tessuto le lodi. Quasi non le dispiacesse che per una volta perdesse il sudtirolese. E non è un’accusa da leone da tastiera. Fidatevi. Anche se di Sinner almeno io sono innamorato pazzo.

P.S. : tornando da teatro per fortuna che mi sono riletto e ho corretto parecchi errori. Ed ora, già che ci sono, aggiorno anche il medagliere italiano con il bronzo conquistato dalla staffetta azzurra nello short track uomini 5.000 metri : 9 ori, 5 argenti, 13 bronzi.  27 medaglie in tutto e terzo posto ormai acquisito alle spalle di Norvegia (37) e degli Stati Uniti (29). Troppa grazia, Sant’Antonio. E applausi sinceri e prolungati a Stefano Accorsi che non avrei pensato fosse così bravo nel suo monologo di oltre un’ora e mezza accompagnato solo dalle abili percussioni della cantante Francesca Del Duca nella parte di Penelope. E adesso i tre aforismi della notte di Francesco Sarti. Crismi olimpici. “E’ meglio lasciare il segno che la firma“. “Diffidare delle medaglie: hanno un doppia faccia“. “I titoli sono le didascalie di se stessi“. A domenica, ultimo giorno dei cinque cerchi, lasciando magari perdere la cerimonia di chiusura con Romeo e Giulietta. Magari vedendo insieme la finale di Coppa Italia di pallacanestro. Tra Virtus e Armani. Sempre che domani Brescia e Tortona, che nei quarti sono state molto convincenti, non facciano brutti scherzi alle due favorite d’obbligo. E poi. E poi. E poi. Che ne dite se mi faccio un paio di settimane di vacanza con la Tigre? Dove? Ho un sacco d’idee e d’inviti. Ma sarei un fesso stavolta a svelarvelo.