Il Venezia di Giovannino Stroppa è un piacere della vita

                   18 gennaio 2026, domenica                Cambiare idea non è un fallimento. Anzi, è un segno d’intelligenza. Secondo gli studi di Harvard e non di Bruno Vespa. Bene. Avrei già voluto scrivere ieri, ma il 16+1 non si può. Anche se non era venerdì. E così non solo d’ora in avanti scriverò tutti i santi giorni. Poco, magari, ma tutti i giorni. Prima di cena. Dopo il Paradiso delle signore giunto alla decima stagione e alla 87 puntata del 2025-26. Nel quale Mimmo (Vito Damato) torna da Partanna, piccolo paese della Sicilia, felice d’aver fatto finalmente la pace con il padre Carmelo, severo maresciallo dell’esercito che aveva avuto un infarto. Ma anche posterò il mio pezzo su FaceBook. Magari domani. Oltre che su www.claudiopea.it nonostante avessi solo venerdì giurato che non l’avrei più fatto per nessuna ragione al mondo. Tanti fastidiosi pigroni mi hanno pregato di cambiare idea e allora, per diventare ancora più intelligente, sopporterò puri brutti amici di Fb che, se romperanno insultandomi, li potrò sempre cancellare in meno di tre secondi.

Andavo matto per Crans Montana e quel piatto di neve e sole che si rovesciava a valle tra i boschi sino al paese. In quel paradiso ci sono salito la prima volta ai Mondiali del 1987 che furono una sorta di campionati rossocrociati. Quando Pirmin Zurbriggen conquistò ben tre titoli. Più l’argento in discesa dietro al compagno di squadra Peter Mueller, un altro grandissimo dello sci. Mentre Marc Girardelli, il favorito alla vigilia in tutte le discipline, dovette fare buon viso a cattiva sorte e accontentarsi, tanto per dire, dell’oro in combinata davanti – guarda un po’? – al Pirmino collezionista di vittorie (quaranta) in Coppa del Mondo. Oltre all’argento in superG e nello slalom tra le porte larghe.

E svizzeri furono pure i successi in tutte e cinque le discipline delle donne con le doppiette della  bellissima Maria Walliser, davanti alla scorbutica Michela Figini, nelle prove veloci e di Erika Hess in slalom e combinata. Vincevano sempre e solo loro. Anche Vreni Schneider s’impose nel gigante e fu allora che cominciai probabilmente a detestarli. O forse già due inverni prima. Ai Mondiali di Bormio. Dove tra un mese si disputeranno le Olimpiadi dello sci alpino maschile. E perché non a Cortina d’Ampezzo? Chiedetelo a Luca Zaja. O Zaia? Fa lo stesso. L’importante è capirsi. E se quello diventa sindaco di Venezia, intendiamoci: io mi sparo. Lo pensi sul serio? Va bene tutto, ma mica son scemo. O, come dico io, sciemo. Mentre il papà della Figini mi correva dietro per tutta la Valtellina per tirarmi il collo. Avevo del resto beccato nel bosco di Santa Caterina Valfurva, tanto caro a Deborah Compagnoni, dove è tornata a vivere dopo la triste esperienza con Alessandro Benetton, sua figlia attorcigliata come l’edera al proprio allenatore. Tanto amore non poteva essere ignorato e difatti appassionatamente lo descrissi: peccato che il coach fosse sposatissimo ma non con campionessa elvetica. E io che ne potevo sapere?

A Crans Montana Alberto Tomba vinse la prima medaglia della sua fantastica carriera: quella di bronzo, in gigante. Dietro proprio a Zurbriggen e Girardelli. Non fece il superG perché mamma Maria Grazia non voleva: aveva il terrore che si facesse male. Tanto che il padre Franco promise di sdraiarsi sulla neve davanti al cancelletto di partenza se Alberto avesse fatto quella discesa. E in slalom? Se non ricordo male, sono in fondo passati quarant’anni meno uno, A.T. uscì nella seconda manche quando era però già lì a lottare con i migliori. Tra i quali c’era anche Ingemar Stenmark, ormai al tramonto, ma alla fin fine comunque quinto.

A.T. l’extraterrestre, come E.T. era ancora uno sbarbatello di 19 anni da poco compiuti, veniva dalla città (Bologna), era di buona famiglia, il padre di Castel de’Britti aveva la casa a Cortina e, come mi raccontò in quei giorni il suo primo allenatore, il modenese Alberto Marchi, per tutti il mitico Paletta, era mal visto in federazione e soprattutto dai suoi compagni di squadra. Finché non li mise tutti in riga la mattina dell’Epifania in un allenamento programmato sulla pista delle Tofane. Alberto aveva fatto baldoria tutta la notte, non aveva chiuso occhio, ma sfidò ugualmente Oswald Toetsch e Richard Pramotton tra i paletti. Insomma rifilò almeno un paio di secondi a tutti in ogni manche finché non domandò un po’ strafottente: “E adesso posso andare finalmente a dormire?”.

Mi sa tanto invece che non tornerò più a Crans Montana dopo la strage nella notte di San Silvestro in discoteca. Perdere un figlio è già una tragedia. In quel modo poi. Nel rogo del bar Le Constellation. Achille Barosi, milanese, aveva appena sedici anni ed è stato inghiottito dalle fiamme mentre cercava invano di riportare in salvo un’amica. Davanti alla sua bara la madre Erica ha trovato la forza di cantare “Perdutamente” di Achille Lauro. Come quando con il figlio tornavano in macchina a casa dopo aver fatto visita alle nonne. “Ho visto un uomo morire per gli altri, mentre il sole accarezza i palazzi… Persone passano senza guardarsi, vivono insieme ma per consolarsi”. Ho cantato insieme a lei e ai suoi amici. E non mi vergogno di confessare che ho pianto.

Ho postato la foto da me scattata sabato dal settore dei distinti (fila 6, numero 20) di Sant’Elena un attimo primo che Adorante calciasse il rigore del 2-1 a un pugno di minuti dal 90esimo. Spiazzando Pigliacelli, il portiere del Catanzaro ed il migliore dei calabresi in campo. Anche se sin qui ho parlato solo di sci e mi sarebbe piaciuto continuare a farlo raccontando di Nicol Delago che ieri a Tarvisio ha vinto la sua prima discesa di Coppa del Mondo. A trent’anni. Poco prima che Giovanni Franzoni quasi si ripetesse col terzo posto conquistato in discesa dopo il suo primo successo di venerdì in superG. Il ragazzo bresciano non è più un bimbo: ha difatti 24 anni. E, mettendo i puntini sulle 1, non è nemmeno veneto. Anche se il Gazzettino vorrebbe accaparrarselo solo perché è cresciuto nello sky college di Falcade. Ma ai Giochi (che stridono) di Bormio può far senz’altro meglio dei veterani Dominik Paris e Christof Innerhofer, per i quali stravedo da anni e che hanno tenuto in piedi il settore da lustri. Certo non è da tutti vincere sul Lauberhorn di Wengen come ci riuscì Kristian Ghedina nel 1997. C’ero anch’io. E quindi sarà Franzoni il nostro uomo di punta nell’alta velocità.

Nulla di buono nello slalom. Almeno nella prima manche che ho sentito più che visto girando le spalle alla televisione. Prendere due secondi dal norvegese McGrath sono tanti anche per un Alex Vinatzer che nella seconda avrà affrontato il muro della casetta del bosco come è sua abitudine a tutto gas. Rischiando l’osso del collo e più ancora d’inforcare una porta. Lo capirò più tardi. Adesso vorrei anche dirvi che sono preoccupato anche per le nostre divine dello sci in vista dell’Olimpiade ampezzana. Tarvisio non deve illuderci: è una pista facile, tanto per capirci. E vorrei anche sbagliarmi ma Sofia Goggia mi pare lenta e ingolfata da chissà quali cattivi pensieri. Scia male e curva peggio: insomma c’è poco da stare allegri. Così come non c’è molto da illudersi che Federca Brignone possa essere da medaglia olimpica: non gareggia da undici mesi e sarebbe un miracolo se già sarà in gara sull’Olimpia in super G. Lo spero, ma ne dubito.

Oggi niente basket. Nel weekend non ho visto manco un match. E nemmeno so – colmo dei colmi – cosa ha fatto ieri Mestre al Paladozza con la Fortitudo. Nessuna paura: posso abbondantemente rifarmi domani. Taci che dovevo scrivere poco. Ma due parole buone le devo ancora spendere per questo Venezia di Giovannino Stroppa che mi diverte da matti e mi riconcilia col gioco del pallone. Non da tifoso, ma da gaudente. Il Catanzaro ha giocato un ottimo primo tempo andando pure in vantaggio. Ma il secondo tempo dei neroverdi è stato da mettere in soasa, come si dice a San Marco, cioè in cornice. E così il 3-1 finale è stato il risultato più giusto. I migliori? Tutti da sette e più in pagella tutti i centrocampisti. Soprattutto Kiki Perez, al quale sono riusciti due o tre lanci in verticale mozzafiato. Alla Suarez. E se non sapete chi sia Luisito buttatevi giù dal ponte dell’Accademia. In più ha colpito un incrocio dei pali con un tiro micidiale che mi ha davvero preoccupato. Tanto che stamane sono andato a vedere come stava la traversa: ancora trema e probabilmente ha pure la febbre.

Insufficienze solo per due a mio parere: ovvero a Korac (4) e Stankovic (5) sul gol del Catanzaro. Ma niente paura. Il primo restituirà subito la maglia a Schingtienne squalificato, mentre il portiere che era dell’Inter è al primo strafalcione del campionato non avendo soprattutto coperto bene il suo palo. Anche Adorante (6) ha fatto poco e niente, ma avrebbe anche potuto sbagliare dagli undici metri con tutta la tensione che aveva intorno. Sì sabato sera ho visto anche la Juve sino al gol di Mazzitelli sul primo e unico tiro in porta del Cagliari di tutto l’incontro. Sfortuna? Ma no. Anzi. Spalletti può fare spallucce finché vuole. Ma se Yildiz e Koopmeiners battono una decina di calci d’angolo tutti in quel modo osceno, per non parlare degli schemi ottusi sui calci di punizione, sarà anche colpa del suo allenatore. O forse mi sbaglio? Assolutamente non credo. Augurando alla Signora che, se proprio vuole farmi contento, centri il settimo posto anziché il quinto o il sesto. Sarebbe troppo disputare quelle altre due coppe come la Fiorentina.

N.B.: tre nuovi aforismi di Francesco Sarti presi a caso dal suo libro A sogni in faccia. Uno più piacevole dell’altro. Concretezze: “Le previsioni del tempo più attendibili sono le rughe”. “La polvere si mangia senza contorno”. “Anche le battute pronte fanno false partenze”. Io ne vado matto.