
14 febbraio 2026, sabato Dove eravamo rimasti? Che stavo andando a teatro e ci sono stato dopo cena ancora con il gusto in bocca, o quasi, dei carciofi terom, selezionati in Toscana e prodotti pure in Sardegna, che la Tigre mi aveva preparato in tecia. Davvero ottimi. Come mi aveva garantito Nico. Che mi aveva mandato a comprarli da Gaetano. Che è meno ladro di tanti altri fruttivendoli. Dove paghi le arance come da Dior a Cortina d’Ampezzo. In corso Italia. Ma ora bando alle chiacchiere che ho un sacco di cose ancora da raccontarvi prima d’accendere la televisione sui Giochi invernali. Mi sono divertito moltissimo a teatro. Sino alle lacrime. Ale e Franz nei loro dialoghi in “Capitol’ho” sono davvero due fantastici stupidi mescolando disordinatamente William Shakespeare ad Alessandro Manzoni, Romeo e Giulietta ai Promessi sposi. Al punto che d’ora in avanti non darò dello stupido o dello sciemo, come piace dire a me, più a nessuno. Lo giuro. Nemmeno se sbaglia un canestro da sotto di tabella. Come bofonchiavo una volta ad Amedeo Tessitori, poveretto, quando ancora andavo a vedere la Reyer dei Casarin al Taliercio. Ma se pensate che adesso vi parli di pallacanestro, cari aficionados, vi sbagliate di grosso. Devo prima completare il dossier su quei disgraziati di dirigenti che hanno mandato in malora questo nostro emozionantissimo sport in Italia. Che una volta chiamavo Bel Paese. Ora non più. E poi si salvi chi può. Nessuno escluso. Perché nessuno mi fa paura.
Avevo ieri lasciato in sospeso nelle “Mie Olimpiadi” una diatriba, chiamiamola così, tra amici. Come siamo Marco Mangiarotti ed io. Almeno sino a oggi pomeriggio. Però se non sapete chi sia Marco Mangiarotti, punto primo vi domando dove vivete; punto secondo guardatevi Sanscemo, sì Sanremo, ci siamo capiti, a fine mese. Anche per me, già che ci siete. E lì lo troverete. Garantito al limone. Ci va da oltre quarant’anni. Mentre il vostro scriba non andrà a Torino per le final eight di Coppa Italia per evitare spiacevoli incontri da quando la Banda Osiris di Ciccioblack Tranquillo ha preso in mano l’evento oltre che la Lega di Maurizio Gherardini. Che mi domando cosa faccia dalla mattina alla sera se al povero Stefano Valenti, head of comunication, media relations & events manager presso la lega nazionale pallacanestro, insomma in una sola parola capoufficio-stampa, delega anche di risolvere il problema dello spostamento della delicatissima partita tra Nutribullet e Umana del prossimo 8 marzo al Palaverde. Che la Reyer vorrebbe anticipare alla sera del sabato 7 in quanto impegnata l’11 marzo in un altro derby con Trento nei playin d’EuroCup per l’accesso ai quarti di finale.
Peccato che proprio il 7 marzo le pantere dell’Imoco Conegliano di Daniele Santarelli, senza forse la squadra di pallavolo più forte di tutti i tempi, siano impegnate nei quarti di finale dei playoff alle 20 e dintorni nel palasport di Villorba ed hanno giustamente precedenza assoluta nel programma di partite che si giocano nel palasport che è ancora dei Benetton che si fanno pure pagare profumatamente l’affitto. E quindi? O Venezia e Trento s’accordano per giocare la loro sfida secca a mezzogiorno e poi tutti insieme si sparano due penne all’amatriciana nel vicino ristorante che tiene aperta la cucina sino alle 14.30 e che, se vogliono, lo posso anche a Napoleone Brugnaro. Oppure non so: giocheranno due partite in tre giorni come abitualmente fanno quasi tutte le settimane l’Armani e la Virtus in EuroLeague per la verità negli ultimi tempi con esiti disastrosi. E non sarà la fine del mondo.
Volente o nolente sono finito per parlare di basket. Abbiate pazienza e, se potete, guardatevi intanto voi le Olimpiadi di Cortina e Bormio al posto mio. Dal momento che ho già spento il telefonino per non sapere niente della seconda manche del gigante maschile sulla Stelvio e della sprint di biathlon donne ad Anterselva. Che potrò sempre seguire su Raiplay e Eurosport–Dazn in registrata dopo Inter-Juve che non posso perdermi per una volta di vedere in diretta su Sky dopo non so quanti anni. E io pago! Più sciemo di Ale e Franz. Ben 82 euro o giù di lì al mese. I film compresi che sono uno più brutto dell’altro o più vecchi di mio nonno in cariola. E comunque, innestando la retromarcia, torno al presidente della Lega che è una bravissima persona ed è stato un super manager dovunque sia stato, soprattutto a Istanbul dove col Fenerbahce ha vinto di tutto e di più. Cominciando dalla piccola Forlì che aveva fatto grande. Ma se non ha voglia di fare questo lavoro, e lo capisco molto bene, nemmeno quando il problemino da risolvere è a un passo dalla casa di famiglia nella ridente campagna trevigiana, basta che lo dica a Claudio Coldebella che, prima di scappare al Maccabi, ha voluto far fuori, chissà mai per quale motivo, Umberto Gandini trovando alleati nei suoi compari di Treviso e Tortona e poi lasciandoli in braghe di tela. Del resto Gherardini, prima d’Ettore Messi(n)a, che mi sarebbe piaciuto incontrare a Torino, era già stato bocciato da Giorgio Armani in persona. Che in quattro e quattr’otto fece fuori Simone Pianigiani dopo avergli offerto mari e monti.
Sì, è tardi. Il tempo stringe e la Tigre mi sta preparando un pasticcio con zucchine che sarà la fine del mondo. Ma devo raccontarvi ancora due cosine che sono comunque olimpiche. Anche se non saranno premiate con nessuna medaglia. Nemmeno di cartone. Marco Mangiarotti mi ha scritto a proposito dell’oro della Tigre di Lasalle in superG su Facebook, e già questo non mi è garbato. Avrebbe infatti potuto benissimo averlo fatto al cellulare: “Commento francamente osceno, caro Claudio. Brignone immensa, ma questo astio contro la Goggia è francamente incomprensibile”. Ma di quale astio stai parlando? Sofia mi è sempre stata abbastanza antipatica, questo è vero, così come nell’accesa rivalità illo tempore tra Stefania Belmondo e Manuela Di Centa sono sempre stato dalla parte della mia Principessa di Paluzza. E non da ieri, ma da un paio di lustri, anche da quella della figlia di Ninna Quario senza mai nasconderlo.
Avevo semplicemente scritto mercoledì, ovvero il giorno prima dell’impresa impossibile di Super Fede, che “la bergamasca della Valle d’Astino dopo la frattura della tibia e del perone nel 2024 non è più lei”. E avrei anche potuto aggiungere, ma non l’ho fatto proprio per rispetto alla campionessa olimpiaca di otto anni fa in discesa, che sull’Olimpia delle Tofane non avrebbe neanche conquistato la medaglia di bronzo se sabato scorso la Brignone avesse affrontato la sua prima discesa, dopo dieci mesi dall’infortunio ancora più tremendo di quello capitato alla Goggia, con un’altra sicurezza e determinazione. Ma anche se Lara Gut Behrami fosse stata al cancelletto di partenza di Pomedes e se Lindsey Vonn si fosse rotta il crociato appena prima dei Giochi di Cortina. Ho dato un parere solo tecnico. Niente di più. Ho ricordato al massimo che secondo Sofia i gay non possono fare la libera di Kitzbuehel. L’ha dichiarato lei, non Littorio Feltri, bergamasco come lei e Mangiarotti. Al quale ho dato la risposta che si meritava su Fb, sbagliando anch’io, e per questo, se vi va, andate pure a leggervela. Altrimenti meglio.
E adesso manca solamente spiegare il titolo e la foto che ho fatto postare al pazientissimo Filippo appena mi è scoppiata la bomba in mano che era già sera. Il tempo solo di verificarvela e ora di darvela come notizia al 90 per cento certa. Mentre la Juve di Spalletti si va schierando a centrocampo senza Thuram nemmeno in panchina sostituito da Miretti. Intanto vi devo subito dire chi sia mai quel distinto signore semisconosciuto che ha alle sue spalle i cinque cerchi olimpici. Si chiama Paolo Petrecca, ma per me fa di nome Leo. E’ più divertente. Leo Patacca. Pardon Petrecca. Che è il direttore di Raisport di cui vi ho ampiamente parlato nei giorni scorsi. Quello che nel commentare per sua scelta la cerimonia inaugurale delle XXV Olimpiadi invernali ha commesso una serie di gaffe che potremmo anche chiamare tranquillamente castronerie. Ha salutato i telespettatori di Mamma Rai dall’Olimpico di Roma e non dallo stadio di San Siro in Milano. E ha scambiato la presidente del Cio, Kirsty Coventry, per la figlia di Sergio Mattarella. Come no.
Per questo e altro, come l’assunzione di belle collaboratrici per far solo atto di presenza al fianco degli inviati o le spese pazze per consulenze esterne alla redazione per una cifra intorno al mezzo milione, i giornalisti di Raisport hanno sfiduciato per due volte Meo Petrecca e hanno ritirato le loro firme dal primo all’ultimo giorno di queste Olimpiadi. Al punto da preoccupare, come ha riferito oggi il Manifesto, la stessa Giorgina vostra che pure l’aveva promosso direttore della testata. La Meloni, prima che il Patacca voglia anche commentare la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, che potrebbe anche scambiare per il Colosseo, avrebbe già dato all’ad dell’azienda, Giampaolo Rossi, il mandato di sollevare dall’incarico Petrecca e di sostituirlo il più in fretta possibile. Ma con chi? Con il suo vice Riccardo Pescante è abbastanza improbabile. Visto che il figlio di Mario, l’ex presidente del Coni dal 1993 al 98, è già finito nell’occhio del ciclone per le sue simpatie neofasciste pubblicate sui social. Chi l’avrebbe mai pensato? Oppure con uno di altri due vicepresidenti di Raisport, ma quanti sono?, Marco Lollobrigida, basta la parola, nemmeno lontano parente della magnifica Francesca, la bicampionessa olimpica di pattinaggio di velocità sul ghiaccio, o Auro Bulbarelli, in quota alla Lega di Matteo Salvini, già capo della redazione sportiva della tivù di Stato dove aveva scontentato mezzo mondo. Specie quello della pallacanestro stimata assai meno del biliardo con la stecca e le boccette. Insomma uno peggio dell’altro. Ma non del Patacca. E comunque chi vivrà vedrà. Io di sicuro. Almeno altri otto giorni. Sino alla fine di Milano Cortina 2026. A Dio piacendo.