
23 gennaio 2026, venerdì Non ho proprio la minima intenzione di mettere il naso fuori di casa prima e men che meno dopo cena: fa un freddo bestia e tra un po’ potrebbe anche cominciare a gocciolare. Come dicono le previsioni del tempo sulla laguna: deboli piogge in serata. Che ad essere ottimisti c’azzeccano una volta su un milione. Quando va bene. E dunque parliamo della Reyer di Olivetta Spahija che nessuno al mondo chiama Umana o dell’Unione che nessuno sa nel Bel Paese che è il Venezia di Giovannino Stroppa? Il quale dopo cinque vittorie di fila è secondo in classifica ad un solo punto, ma penso non ancora per molto, dal Frosinone capolista inattesa di Massimiliano Alvini da Fucecchio, paesotto sulla riva destra dell’Arno e terra di confine tra Firenze e le province di Pisa, Lucca e Pistoia. Insomma un gran bel casino. Nel quale deve essere nato qualcuno anche molto più famoso del pur bravo allenatore dei ciociari. Un nome che però adesso non mi sovviene. Abbiate pazienza. Sono vecchio. E non anziano. Gli anziani al massimo arrivano a settant’anni. E io ne ho già cinque o forse sei in più. Non mi ricordo bene.
In verità l’Umana, che è un’agenzia per il Lavoro autorizzata dal Ministero, altrimenti sarebbe lavoro in nero, è universalmente riconosciuta come la squadra femminile di palla nel cestino sempre di proprietà di Luigi Brugnaro, ma seguita con passione ancora maggiore dalla moglie Stefania. Che non si perde una partita. Anche se la squadra d’Andrea Mazzon, che ha allenato anche la Reyer maschile per qualche ora, ha perso malamente pure lei ieri sera, nel Second Round di quella che chiamano nientepopodimeno che EuroLega, con le turche del Fenerbahce che già all’andata si erano imposte per 96-48, ma mi potrei sempre sbagliare perché altrimenti l’Umana avrebbe segnato esattamente la metà dei punti delle avversarie.
Di vergogna in vergogna se è per questo la Reyer di Federico Casarin, che è anche presidente dell’Umana e vicepresidente federale vicario, mio Dio, che confusione col punto esclamativo che, quando ci vuole, ci vuole, è riuscita nel girone eliminatorio dell’EuroCup, dove è il club col budget più alto, a perdere ad Amburgo con la squadra dei Towers che nelle precedenti quattordici partite della manifestazione era riuscita nell’impresa di non vincerne nemmeno una. E non per un canestro segnato da un wuerstelone tedesco per sbaglio da metà campo al suono della sirena, ma addirittura di otto lunghezze: 95-87. Roba da non credere. Eppure. Ma non voglio infierire sulla squadra di Olivetta o sui due punticini raccolti da Grazie Candi o sui cinque dell’azzurro Amedeo Tessitori che, fateci caso, non indovina mai due partite di fila. Nel qual caso qualche masturbatore di grilli sarebbe magari autorizzato a pensare che ce l’ho con il sindaco di Venezia. Sia mai.
Però una domanda lasciatemela fare a Napoleone. Mi conferma, o meglio, mi confermi, visto che saranno vent’anni che ci diamo del tu, cioè pressappoco da quando partecipasti alla cordata per acquistare l’Unione, sì insomma il Venezia-Mestre di calcio, e, sentendo puzza di bruciato, scappasti giusto in tempo per fuggire dall’ennesimo fallimento, che anche quest’anno hai scucito dodici milioni per una squadra che solo l’Anonimo veneziano del Gazzettino poteva credere che potesse fare un sol boccone di Coppa Italia e EuroCup, e già che c’era, pure dello scudetto? Perché se la tua disposta è affermativa, come credo, i casi sono due: o anche tu come la Giorgi(n)a (Meloni) e Luka Zaja racconti un mare di frottole, ma non credo, o mi devi per forza di cose lasciar pensare male. E non fammi aggiungere altro, te ne prego. Anche perché a quattr’occhi, a settembre, quando il 13 ti ho fatto gli auguri di compleanno, un mese esatto dopo i miei, ti ho detto fuori dai denti come la pensavo.
Comincia a piovere. Non forte e non da ombrello, ma quanto basta per ammettere che stavolta il meteo d’Arabba ci ha azzeccato. Evviva. In più mi ero dimenticato che anche stasera, come martedì, ho il teatro. Al Toniolo danno “I ragazzi irresistibili” di Neil Simon. Con Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Sono abbonato e, comunque, proprio a questa commedia non avrei mai e poi mai potuto rinunciare. Scappo allora. In fretta e furia. Non prima però d’aver ringraziato Fuocherello Fuochi (nella bella foto che spero apprezzi, ndr). Al quale mercoledì scorso, più o meno alla stessa ora d’adesso, avevo chiesto sul mio blog se per favore mi mandava il suo pezzo sulla sfida d’EuroLega che stava seguendo al palazzo della Fiera di Bologna e lui me l’ha postato esattamente alle 7.34 del mattino seguente. Cioè appena sveglio. Un grande. Al quale, oltre all’assoluta bravura, invidio il meraviglioso dono della sintesi. Oltre al coraggio che pochi hanno di riconoscere che qualche volta capita anche di leggermi e d’apprezzare la mia satira.
“Battuta all’ultimo tiro dei campioni in carica del Fenerbahce, la Virtus rimane ancora fuori dalla porta. Undicesima, al secondo atto dell’Eurolega c’è posto per dieci invitati. Assalterà venerdì la Stella Rossa che è decima, due vittorie più su. Questi sono, se piacciono, i calcoli. Se piacciono i giochi, la sfida di ieri è stata vanamente grandiosa, misurando distanze minime. La Virtus si è arresa solo all’ultimo tiro. Anzi due: palo e palo di Edwards, da tre, per il supplementare, a 10’’ e a 6’’. Peccato. Mancò la vittoria, non il valore…”. Non avrei saputo scrivere meglio. In una buona mezzoretta però. Mentre Fuocherello è più veloce della luce e della distribuzione della Repubblica di Bologna che non arriva a Venezia. “Te lo mando io, tranquillo. Anche stasera. Se non me ne dimentico”. Ancora grazie mille. Perdonandoti persino tranquillo. Però con la ti minuscola…
N.B.: sono uscito dal teatro e la prima sensazione, che è poi quella che conta, è d’essermi sentito per una volta più anziano che vecchio dopo aver visto Umberto Orsini, 92 anni ad aprile, che è ancora tanto giovane e brillante. Come quando filava con Ellen Kessler e tutta Italia lo invidiava. Il pubblico di Mestre gli ha riservato tre lunghe meritatissime ovazioni arrivando a farlo commuovere. E io mi sono commosso con lui e con Franco Branciaroli, più bravo ancora. In una commedia lieve, dai toni delicati e melanconici, ma geniale nella sua comicità svelta. Seppur in uno spettacolo di un paio d’ore. A domani. Parlando, magari di A2 che la Gazzetta di Urbano Cairo snobba perché di pallacanestro ormai ne capisce poco o niente. E soprattutto in soldoni non ci guadagna. E ora i tre attesissimi aforismi di Francesco Sarti. Cambiando tema: socialità. “E’ meglio stare sulle proprie che sulle altrui”; “Non prendo le distanze: solo le misure” e “Gli opposti si attraggono. Poi si conoscono”. Applausi!