Per il calciomercato mi fido solo di Gianluca Di Marzio

johan

I poligrafici hanno scioperato e per questo oggi i quotidiani non erano in edicola. Tranne ovviamente quelli di destra estrema e i due sportivi di Roma e Torino. Siamo sopravvissuti lo stesso. Il Corriere-Stadio, che durante il Ventennio era il Littoriale di proprietà del partito nazionale fascista, ha ieri titolato in prima pagina: Addio grande Cruyff. Solo di spalla. Avrebbe decisamente potuto impegnarsi di più: voto 3/4. Un po’ meglio Tuttosport: Grazie Johan, eri come i Beatles. Ma siamo ancora lontani dal 6 soprattutto se il confronto è coi giornali esteri. L’olandese De Telegraaf non ha parole e lascia che sia una foto a tutta pagina di lui, che se ne va con la maglia orange numero 14, a raccontare il dolore di un’intera nazione. Johan Cruijff 1947-2016. Fumava mille sigarette: è morto di cancro ai polmoni. In vita si fumava gli avversari come birilli con un’eleganza unica al mondo. A mille all’ora per i suoi tempi. Il mio idolo da ragazzino era Omar Sivori con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie e i suoi tunnel scanzonati. Poi Pelè. Poi Cruijff. Ora non so dirvi chi sia stato il più grande. Forse Pelè, forse Maradona. Ma sul podio dei primi tre Dino Zoff ci ha messo il Profeta del gol. Come lo chiamò Sandro Ciotti in uno splendido film-documentario di successo. Era il 1976. Quell’anno nacque Repubblica un po’ snob senza le pagine di sport. Nello stesso anno molti italiani comprarono la prima televisione a colori per vedere le Olimpiadi di Montreal, ma anche gli Europei in Jugoslavia. Dove il re era Johan con i suoi tre Palloni d’oro. Come ai Mondiali del ’66 la regina d’Inghilterra era (stata) Pelè. L’Equipe: Il était le jeu. E’ stato il calcio. Marca: el genio que reinventò el futbol. Con la maglia del Barcellona e prima dell’Ajax. Quella più bella: bianca con una sola striscia rossa nel mezzo e il 14 sulla schiena. Gallina de piel. La nostra pelle d’oca. Anche nei titoli siamo scarsi come nel rugby. Gli altri sono molto più bravi di noi. Noi siamo fenomeni nel calcio-mercato. Il Milan si muove su Witsel e per l’Inter c’è Clichy (Corriere-Stadio). Witsel chi? E Clichy? Aridatece la Gazzetta. O no? Sarò anche un ignorante in materia, ma non c’era proprio niente di più frizzante da sbattere in tavola a parte Addio grande Cruyff? Che poi non si scrive nemmeno così, ma con due i, di cui una più lunga. Di nuovo meglio Tuttosport, ma non ci voleva tanto: Juve, è gioco d’Hazard. E comunque 7,5. Poi un lungo sommario: non solo Cuadrado (senza q) e Zaza, Conte per il Chelsea chiede anche Bonucci. E perché, già che c’è, non Pogba, Marchisio e Dybala? Perché i bianconeri rispondono facendosi sotto per Oscar, Willian e l’asso belga. Adesso i conti mi tornano. Faccio per dire: mi pare ovvio. Io per il mercato mi fido solo di quel che scrive e dice Gianluca Di Marzio che ho visto crescere sulle ginocchia di Gianni, il grande babbo. Tutti gli altri basterebbe che lo scopiazzassero. Copia e incolla. E invece s’inventano mandrie di bufale. Oggi è venerdì santo. Anzi lo era. E sono stato al cinema. Un paese quasi perfetto è una commedia molto ma molto carina. Come Miriam Leone. Che nel film è Anna, la barista di Pietramezzana, un borgo lucano di poco più di cento anime senza lavoro. Quand’ero piccino, ma non poi così piccolo, al venerdì santo Raiuno era in bianco e nero. E Raidue non esisteva ancora. Dalle tre del pomeriggio, dopo che il gallo aveva già cantato tre volte, in tivù davano solo musica sacra sino alla domenica di Pasqua. E, se ti scappava da ridere, dicevano anche che eri un anticristo. Come lo zio comunista con la cravatta rossa.