Il 25 aprile del bòcolo: 34esimo scudetto e 2 anni di blog

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Già per me il 25 aprile è la festa più bella dell’anno. Meglio di Natale e del Primo di maggio. Giorno di libertà per tutti e di San Marco per i veneziani. Che regalano il bòcolo di rosa alle loro donne. Giusto oggi poi è il secondo compleanno di questo blog che mi riempie la vita e mi diverte ancora. Come un bimbo. Che infila le dita nella marmellata e se le succhia. Ad una ad una, non visto dalla sua Tigre. In più oggi la nostra Signora ha vinto il trentaquattresimo scudetto. Il più bello di tutti. E non venite da me a dire che sono due di meno. Perché questo ne vale tre. Come minimo. O volete correre il rischio che vi tagli la lingua? E allora su: fate i bravi. Perché il primo che fiata lo giuro: stavolta anche lo mordo. Così passerò alla storia come il pennivendolo che morsicò quei cani dei giornalisti che detestano la Juve di Dybala. Avete parlato anche troppo. Adesso per favore tacete. Soprattutto voi di Sky e delle gazzette. Ne pesco uno a caso: Sconcertino Sconcerti, guarda caso. Che ho notato tremare alla tivù di Murdoch: rosso in volto, malconcio, molto invecchiato. Mi sussurrano con la fiaschetta di vino sotto al tavolo. Stamattina ho comprato il Corrierone per vedere se aveva avuto il coraggio ancora di scrivere che la Juventus di Max Allegri non avrebbe conquistato il quinto titolo di fila. Ce la sta menando da fine agosto ed è andato avanti per sette mesi sostenendo che con l’addio di Pirlo, Tevez e Vidal era terminato un ciclo. Godendo come un matto dopo quel mercoledì di vento e pioggia di fine ottobre a Reggio Emilia con il Sassuolo. Bianconeri in dieci: espulso senza ragione Chiellini. Senza Marchisio e Khedira piuttosto. Con Gervasoni che ne combinò di tutti i colori. E Mamma Rosa che strillava: “Allegri ha le ore contate”. Da quella notte da lupi ventiquattro vittorie e un pareggio, per sbaglio a Bologna. E nessuna macchia. Settantatrè punti su settantacinque. Scritti in lettere e non in numeri perché il fenomenale exploit merita un lungo godimento e non una sveltina su e via. Oggi è nevicato a mezzogiorno in laguna, ma l’evento non è più clamoroso di questo scudetto. Dovrebbe nevicare anche a ferragosto e pure per il resto della settimana. Lo ha ricordato nel tardo pomeriggio pure Andrea Agnelli cinguettando ai bianconeri in festa che saltavano sui tavoli di Vinovo: “Erano tutti pronti a celebrare il nostro funerale. Invece abbiamo scritto la storia”. Con Pogba sugli scudi. Mentre a Sky si sono molto offesi. Cominciando da Zvone Boban, Massimo Mauro e Stefano De Grandis. Probabilmente perché hanno la coda di paglia. Ma dicevo di Mario Sconcerti che sul Corrierone, dopo il rigore inventato e parato da Gigi Buffon a Kalinic e la traversa dello stesso croato in viola all’ultimo minuto, pare proprio che non se la sia sentita di celebrare l’ennesima vittoria dei campioni sulla sua Fiorentina e così ha regalato alle stampe un pezzo da coda alle edicole titolato: “Perché è il calcio degli stranieri”. Un pistolotto acqua e sale per spurgare le ferite e lenire il gran dolore. Del Napoli dello Zio Aurelio De Laurentiis non parlo invece perché non sparo sulla croce rossa e sull’arroganza dei vinti. Del resto quello che avevo da dire l’ho scritto su questo blog, a me così caro, il primo di dicembre. Quando mi spernacchiarono perché elencai i dieci motivi per i quali la squadra di Marx Sarri non avrebbe allungato le mani sul terzo titolo dopo i due di Maradona. Cinque mesi fa per l’appunto. Né parlo di Paolo Liguori, chiamato Straccio dai (suoi) compagni di Lotta Continua, o dell’efebo che assieme a lui s’imbavagliarono negli studi di Mediaset: questi sono i direttori che passa il convento del presidente del Milan di Brocchi capace persino di perdere a Verona con i retrocessi gialloblu di Gigi Delneri. Lasci o raddoppi? Preferisco lasciarli che si rodano il fegato e chiudere piuttosto ricordando la splendida tradizione del bòcolo a San Marco. Prima di morire in battaglia Tancredi, valoroso paladino di Carlo Magno, pregò Orlando di portare un boccolo di rose, bagnato del suo stesso sangue, all’amata veneziana di nobilissima famiglia. E così fece. Maria era straordinariamente bella e i suoi occhi ardevano di tanta passione per il giovane menestrello, diventato un eroe a Roncisvalle, che tra calli e campielli si era meritata il soprannome di Vulcana. La rosa era appassita. Maria si ritirò nelle sue stanze e la trovarono di lì a poco senza vita. Tra le mani aveva quel bocciolo di rosa, rosso sangue, tornato per miracolo come se fosse stato appena colto. Era il 25 aprile. “Da allora a Venezia, nel giorno di San Marco, tutti gli uomini offrono alle loro donne il bòcolo, simbolo dell’amore che non si spegne e di un sentimento che non conosce il tempo e l’età della vita”. Come il mio per la Signora in bianco e nero. Alla quale ho regalato una rosa. Senza spine e la rugiada di primavera che le accarezza i petali. E non sarà neanche l’ultima.