
20 gennaio 2026, martedì Quindicesimo articolo del nuovo anno: mi sa tanto che la scommessa con Focherello Fuochi, l’amico di Repubblica, l’ho stravinta io. A Capodanno mi aveva sfidato: prometti, prometti, ma poi non mantieni e stai anche settimane senza farti vivo. E invece. Eccomi qua. Dal primo gennaio sono sul pezzo ogni santo giorno, anche la domenica, e lo mordo ogni volta come un cane affamato in cerca dell’osso. Al punto che, per scrivere quotidianamente sul mio sito, non ce la faccio più a vedere lo sport in televisione, salvo il tennis, o a leggere i giornali. Nonostante la Lega della Banda Osiris mi abbia privato dell’accesso alla sua rassegna-stampa del basket. Sono proprio dei poveretti o, meglio ancora, dei pavoni che tra loro s’insudiciano regolarmente scambiandosi dei ricchi complimenti. “Bravo come te, caro Ciccio, non c’è davvero nessuno”. “Ma cosa dici, caro Vanesio. Vuoi mettere: sei mille volte tu più brillante ed esaustivo di me”. E intanto passano le ore, i giorni, i mesi, gli anni. E la nostra pallacanestro scivola sempre più in basso. Sino a rischiare il crollo totale. Parlano tra loro di cose che non interessano più ad anima viva. Come la Nba su Sky che guardano solo quei quattro sbarbati che s’ammazzerebbero per schiacciare come Nikola Jokic, tre volte mvp negli ultimi quattro anni. Peccato che poi il titolo sia andato per la prima volta nella storia a quelli sfigati – vi raccontavano – degli Oklahoma City Thunder di Shai Gilgeous-Alexander. Non so per DinDonDan, ma per me oggi il vero numero uno. Anche meglio di Luka Doncic, il mio preferito finché giocava nel Real Madrid e prima che negli States lo gonfiassero come una mongolfiera.
Ho detto mongolfiera e non maiale perché più tardi ve ne spiegherò la ragione. E comunque oggi non la tirerò troppo per le lunghe dal momento che stasera vado al Teatro Toniolo che i miei aficionados sanno che è appena a 48 passi, li ho contati, da casa mia, ma soprattutto perché, per vincere la scommessa con Walter, non so più niente di niente di calcio, e pazienza, sapete tutto voi, ma soprattutto di palla nel cestino. Al punto che se stamattina Nico non mi avesse telefonato e non gli avessi chiesto come mai, visto che era nel weekend a Bologna da sua figlia e i fantastici nipotini, Arturo e Adelaide, di tre e un anno, non era andato sabato al Paladozza per vedere Mestre contro la Fortitudo di Artiglione Caja che senz’altro gli avrebbe trovato un biglietto, adesso non saprei cosa ha fatto sabato la Gemini di Mattia Ferrari un cinin in crisi e domenica la Reyer di Olivetta Spahija che deve aver vinto a Varese. Capirai: c’è riuscita persino Treviso con Olisevicius su un ginocchio solo! E comunque se anche Nico si fosse fatto i cavoli suoi, è risaputo nel BelPaese che sono campione del mondo nel menare il torrone e tirarla in lunga sino all’alba di dopodomani.
Un esempio? Ho letto non più di cinque minuti fa questa pubblicità su un periodico che non mi ricordo più quale. Non credo su Sciare, il quindicinale di Marco Di Marco, e nemmeno su Il tennis italiano che esce ogni due mesi. La qual cosa mi dispiace parecchio perché vorrei che la rivista di Stefano Semeraro, che è la più antica al mondo di tennis ed è pure fatta assai bene, uscisse almeno ogni tre settimane e dopo ogni torneo del grande slam. Mi abbonerei subito. Lo giuro. Anche perché Stefano e Marco sono gli unici due direttori di cui sono anche buon amico. Al punto che, se me lo chiedessero, scriverei per loro anche gratis. Peccato che, come ora, abbia i minuti contati e non vi abbia ancora spiegato il motivo per cui ho pubblicato la foto della meravigliosa agenda del 2026 con le mongolfiere e con le pagine – penso – d’oro zecchino. Dal momento che l’ho comprata appena fuori da una calle di San Polo e l’ho pagata la bellezza di 148 euro. Sì, avete letto bene: centoquarantotto euro.
Adesso vi chiederete se sono pazzo. Probabilmente sì e pure da legare. Però lasciatemi spiegare: ero di fretta e il negozio stava chiudendo. Dovevo andare a Sant’Elena a vedere Venezia-Mantova e lui a pranzare – mi raccontò – una pasta e fagioli per cui sua moglie era famosa in tutto il quartiere. Ho pagato con la carta di credito senza dar peso all’importo ed ero tutto felice perché è difficile in tutto il Bel Paese che accettino l’American Express. Ma una volta a casa ho trasecolato: 148 euro, un furto in piena regola più che una follia. Era l’ultimo sabato di novembre. Tre a zero per i neroverdi di Giovannino Stroppa che venivano dalla vittoria al Nereo Rocco (0-2) nel derby con il Padova. Mi segno tutto sull’agenda: cosa credete? Però è certo che prima d’usare questa d’oro ci penserò non una ma cento volte.
Giuro che è tutto vero. Morissi sul colpo. Io non racconto frottole come la Giorgi(n)a Meloni. E così adesso avrete anche capito perché ho scritto che nella Nba hanno gonfiato Doncic come una mongolfiera e non come un suino. Non serve invece che vi spiego chi siano il Ciccio e il Vanesio della Banda Osiris. Né la ragione per la quale io mi sbrodolo addosso e mi macchio il pullover di cachemire, altrimenti che cavolo di comunista sarei?, mentre loro s’insudiciano invece la maglietta dei Lakers con i buchi sui gomiti e fanno finta di non sapere che la nostra serie A di palla nel cest(in)o sta perdendo spettatori a rotta di collo nei palazzetti di mezza Italia, soprattutto a Milano, anche quando l’Armani gioca al Forum, e a Mestre con la Reyer nel Taliercio che pure è piccino, piccino. Per non dire del Palaverde di Treviso dove il calo è stato evidente e parlano i nuneri: da 4.102 presenze a 3.476 in media a partita. Quando invece la Nutribullet avrebbe bisogno del sostegno della sua gente più di tutti gli altri anni. O forse non si sono ancora accorti che la squadra di Marcelo Nicola sta lottando davvero per non retrocedere? No, la curva dei fioi o dei cei, chiamatela come volete, continua ad avercela con Frank Vitucci. Perché mai? Perché all’ultima partita non ha conquistato i playoff. Ma fatemi un piacere.
Tra Melbourne e Roma ci sono esattamente dieci ore di differenza, ma se pensate che abbia puntato la sveglia alle cinque prima dell’alba per vedere Jannik Sinner costringere praticamente il francese Hug Gaston al ritiro dopo due set, persi 6-2 6-1 nel primo turno degli Australian Open, vi sbagliate di carota. Caso mai lo farò dai quarti in avanti e non sicuramente neanche domani quando affronterà l’australiano James Duckworth questo sconosciuto, numero comunque 88 nel ranking mondiale. Pel di carota vestirà per tutto lo slam in verde oliva o, se preferite, in verde bottiglia. E altro per oggi non ho da dirvi se non che rischio di perdere sul serio Giuseppe Giacobazzi a teatro nel suo monologo “Osteria Giacobazzi”. Mentre vi rimando a domani anche per gli ormai famosi aforismi di Francesco Sarti. Anche se su Facebook pare che non mi legga più nessuno e me ne farò una ragione. Forse. Anzi, mai. Prima di vincere non immaginate infatti quanto sangue dovete ancora sputare per dirla alla Peterson. Sogni d’oro. Come la mia agenda 2026 intonsa.