Perché non potrò mai vedere la Beneamata di buon occhio

                   24 gennaio 2026, sabato                Da ieri sera è continuato a piovere sempre più intensamente. Così oggi per andare a pranzo al vecchio Convento, che da un paio d’anni si chiama Boschetti ed un agriturismo d’alta qualità a Favaro Veneto, appena fuori il borgo mestrino, dovrò prendere l’ombrello che non ho ancora aperto e che avrò comprato in galleria Matteotti non meno di un mese fa. E quindi sinora è stato un bel gennaio dalle mie parti: un cinin freddino ma solare. E questo lo capirebbe anche Iena ridens, alias Andrea Bassani, che in qualche modo Maurizio Gherardini ha sistemato in Lega dove era già stato nel 2000,  come direttore generale, facendo insieme a Cicciobello Tranquillo più danni della grandine. Franco Rossi, buonanima, diceva che, quando iniziavi un pezzo parlando del tempo, davi l’idea di non sapere cosa scrivere. Si sbagliava. O non posso parlarne male solo perché se ne è andato all’altro mondo? Dovrei allora coprire d’elogi pure due noti ex pregiudicati come Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, ma non lo farò mai e poi mai. Nemmeno sotto tortura. Con una pistola puntata al petto.

Era bravissimo, Franchino, a fare il calcio mercato, probabilmente il numero 1 in assoluto al tramonto del secolo scorso, ma è stato pure il peggior capo che ho avuto in vent’anni d’inviato al Giorno: un autentico disastro. Odiava la pallacanestro raccontando che non capiva perché non cucissero la retina dei canestri così la palla non si faceva male cadendo per terra. La felice battuta in verità non era sua, ma di Paolo Ziliani. Che mi dicono stia offrendo a pagamento la nostra storia di Genoa-Inter 1-1 gol d’Alessandro Altobelli, che finì invece 2-3 con reti di Spillo ma anche di Salvatore Bagni al 90’. Il quale, rientrando negli spogliatoi di Marassi, fece il diavolo a quattro cercando di picchiare i compagni di mezza squadra, tra cui un poker di freschi campioni del mondo. Li divise Walter Zenga. Ma chi sputò la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, fu Juary, il brasiliano che Sandro Mazzola aveva comprato dall’Avellino di Antonio Sibilia, un’altra bella persona.

Corrado De Biase, lo 007 della Federcalcio d’allora (1983), insabbiò tutto in un processo burla di cui lui era la miglior barzelletta e noi, Paolo ed io, due decisivi testimoni che non furono ascolti nemmeno nel processo sportivo d’appello. Per la giustizia ordinaria dovette invece intervenire in prima persona l’onorevole Alfredo Biondi di Forza Italia, anche ministro della Giustizia nel governo Berlusconi, guarda caso, per persuadere il giudice dell’alta corte di Genova, Roberto Fucigna, a rinunciare all’incarico poche ore prima che imprigionasse, ce lo confessò lui stesso, sette giocatori e pure un paio di dirigenti nerazzurri con varie accuse tra cui la reticenza, la falsa testimonianza e soprattutto le scommesse illecite.

Per le quali tre anni prima erano finiti dietro le sbarre Enrico Albertosi e Giorgio Morini del Milan, oltre al loro presidente Felice Colombo, ed i laziali Bruno Giordano, Pino Wilson e Lionello Manfredonia. Gli ultras dell’Inter, istigati da chi so ben io,  che è  comunque ancora vivo, diedero fuoco all’auto d’Alberto Zardin perché sulla Gazzetta si era coraggiosamente schierato dalla nostra parte. Minacciarono inoltre di morte l’intera mia famiglia, sulla quale pure indagò senza trovare nulla il vicepresidente, l’avvocato Peppino Prisco. E intimarono d’accoltellarmi fuori dal Comunale di Torino al termine di Juventus-Inter 3-3 del primo maggio sempre dell’83. Doppietta di Michel Platini e gol di Bettega, Altobelli, Oriali e Mueller. Un gran bel match di un altro calcio. Anche se poi fu data la vittoria a tavolino (0-2) alla squadra di Rino Marchesi perché prima dell’incontro un mattone aveva colpito Marini sul pullman che stava portando la Beneamata allo stadio. Ovviamente Gianpiero Marini non giocò quella partita. Mentre io me ne tornai a Milano scortato da due auto della polizia chiamate in soccorso dal mio direttore Guglielmo Zucconi.

Ecco qui. A gratis, come si dice in provincia, ho ricordato il 2-3, che doveva invece finire 1-1, della domenica delle Palme di quasi 43 anni fa. Onde per cui: 1. guai a chi ancora dice che la mia memoria già comincia a perdere colpi; 2. non chiedetemi più perché a volte ce l’ho con certi intertristi che volentieri prenderei tutti a calci sul sedere; 3. sappiate che per l’intervista registrata a Juary in casa sua (con la moglie) il Giorno vendette la bellezza di centomila copie, sottolineo 100.000, fulminate alle undici del mattino. Guglielmo Zucconi diede infatti a Paolo e a me 100.000 lire d’aumento di stipendio ciascuno. In pratica una lira per ogni quotidiano venduto nella sola Milano: un record assoluto che non sarà mai più battuto. Nemmeno tra mille anni e neanche dal Corriere di Urbano Cairo. Come del resto i 40 metri di lunghezza dello striscione nella curva da dove i bravi ragazzi nerazzurri buttano giù i motorini. “Pea e Ziliani dall’Inter giù le mani” stava scritto. E chi ve la tocca? Non voglio mica sporcarmi le mani di cacca e di reati prescritti.

Ve l’ho confessato ieri: assolutamente non posseggo il dono della sintesi che è invece la bellezza dello scrivere di Fuocherello Fuochi. Che stamattina si è svegliato una mezzoretta più tardi di giovedì e alle otto e un paio di minuti mi ha spedito il suo articolo sulla partita di ieri sera tra la Virtus e la Stella Rossa di Belgrado. Con l’eleganza e la cortesia di questo incipit: “Se non vuoi sapere com’è andata, chiudi qui. Se vuoi invece leggere, il pezzo è sotto…”. Walter conosce molto bene le mie abitudini sbagliate. Quindi ha giustamente immaginato che ieri sera non avrei avuto il tempo di seguire la sfida d’EuroLega dopo il teatro e che nemmeno oggi ci sarei riuscito. Perché ho troppe registrazioni accumulate ancora da vedere. Da Roma-Torino del 13 gennaio a Napoli-Derthona che si sta giocando. Almeno una quarantina d’eventi agonistici in tutto. Sono proprio malato di testa. E non poco.

Cosa faccio allora? Una cosa soltanto prima di spararmi. Cancello tutto e riparto lunedì da zero. Lasciando solo per domani in televisione Mantova-Venezia che avrei voluto in verità seguire dalla tribuna raggiungendo il Martelli nel primo pomeriggio di oggi. Ma pioveva e qualche volta devo anche portare fuori a pranzo la Tigre. Altrimenti ruggisce. Come il leone. Scherzo. E comunque i bigoi in salsa del Boschetti, ex Convento, sono stati di una bontà inimmaginabile. E non scherzo. Mentre, ringraziando ancora Fuocherello per le sue gentilezze, sono come al solito in pesante ritardo sulla tabella di marcia. Tra un’ora c’è Mestre-Ruvo di Puglia che non posso perdere. Come del resto la Gemini che è tornata alla vittoria mercoledì a Roseto ed è sempre più vicina alla quota salvezza. Che è lì – penso – a quattro punti. Nonostante anche stasera Mattia Ferrari dovrà rinunciare come nelle ultime tre partite al suo bombardiere scelto, Keshawn Curry, capocannoniere dell’A2. Che ha il polso della mano santa sempre in disordine.

N.B.: oggi in esclusiva per i miei aficionados del sito l’aforisma preferito dall’autore di “A sogni in faccia”, il grande Francesco Sarti. Che ha scelto questo tra più di trecento: “In campagna c’è il silenzio, in città l’omertà”. Com’è vero. Mentre nella foto ecco come hanno sistemato a Roseto la dozzina di tifosi biancorossi di Mestre che avevano seguito la squadra in culo al mondo. Sulle scale del palazzetto. E perché non nel sottoscala insieme a Fantozzi?