Michela Moioli, per tutti una gran bella faccia di bronzo

                    13 febbraio 2026, venerdì                     Se queste sono Le mie Olimpiadi è perché, se fossero le vostre, le avrei chiamate Le vostre Olimpiadi o, più semplicemente, i Giochi d’Olimpia. Che si svolgono ogni due anni: una volta d’estate e l’altra d’inverno. Non vi pare? Mica son fesso. No, molto peggio. Sono proprio scemo a correr dietro a tutte le vostre paturnie quotidiane. Se poi non sapete cosa siano le paturnie, vi consiglio di chiudervi in casa e di rimettervi a studiare l’italiano. Che pare s’impari però solo a Bergamo. A Bergamo de sura o de sota? Dipende da dove è nato Littorio Feltri che è il vostro gran maestro che, ancora in culla, faceva ciao col saluto fascista. E da grande? Ha sempre sognato di far l’amore con una bella donna. Per le quali lui non ha mai avuto un gran rispetto. E difatti o le pagava o niente. E allora mi spiace: niente. Dal momento che è anche tirchio o, peggio, ebreo. Come dicono i suoi amici che, se Littorio non fosse anche un gran paraculo, dovrebbe chiamare con il loro vero nome: fedelissimi camerati.

Mi tocca spiegarvi proprio tutto dall’alto dei mie sette Giochi dei cinque cerchi (Sarajevo, Los Angeles, Calgary, Seul, Albertville, Barcellona, Lillehammer) nei quali sono stato inviato dal Giorno a sue spese. Dove ogni tanto salgo. Sul pulpito. Come oggi. Per istruirvi, dopo aver consultato il Garzanti dei sinonimi e contrari che vi consiglio d’andare a comprare magari in edizione mignon a 12 euro e 50. Se non è aumentato il prezzo. Penso di sì: lievita il prezzo di tutto. Anche del pane. Paturnie (solo al plurale) significa malinconia, tristezza, mestizia. O peggio malumore, stizza, disappunto, dispetto, nervi, nervoso. Ecco, stamattina non mi sono svegliato con le paturnie che devono invece aver disturbato il sonno del mio amico, potrò ancora dirlo domani?, Marco Mangiarotti. Che era nipote di Edoardo, icona e leggenda della scherma italiana. Di cui si è parlato molto in questi giorni e soprattutto ieri dopo che sul far della sera Arianna Fontana ha eguagliato con il bronzo nei 500 metri dello short track il record delle tredici medaglie olimpiche che ora divide proprio con Edoardo Mangiarotti. Che dal 1936 al 1960 ha conquistato ben sei oro, cinque argenti e due bronzi nella spada.

Marco è del ’48 e quindi deve aver anche visto il grande nonno in pedana. Senz’altro alle Olimpiadi di Roma. Non so se dal vivo o in televisione. Deve avermelo anche raccontato, però ora non me lo ricordo, anche se sono più giovane di lui e quindi, spererei, meno rincoglionito, ma non credo. E comunque non è poi così importante. Non è piuttosto di poco conto che sia nato a Bergamo prima d’iniziare con me il praticantato al Giorno di Milano di via Fava. Al quinto piano. Separati da un breve corridoio. Lui nello redazione degli spettacoli, io allo sport nello stesso ufficio di Franco Grigoletti, Mario Fossati, Gian Maria Gazzaniga e Gianni Clerici quelle poche volte in cui il magnifico Dottor Divago, come lo chiamava Rino Tommasi, non era inviato in giro per il mondo del tennis o nella sua splendida villa sul lago di Como. Tanto per dire, chiudendo l’ultima parentesi, quali sono stati i miei maestri di giornalismo. Perché va bene che nessuno è più bravo di me a menare il torrone per ore e ore, giorno dopo giorno, ma secondo voi lo sproloquio che ho sin qui fatto sul  Feltri bergamasco e i suoi fratelli d’Italia, era proprio del tutto campato in aria? O aveva un secondo fine?

Se fossi in voi, sposerei la seconda ipotesi. Mentre ho intanto saputo da un collega di Raisport del quale non faccio il nome, né il cognome, rispettando il suo ritiro della firma e l’adesione allo lo sciopero contro il direttore Paolo Petrecca, che di nuovo è andata male a Tommaso Giacomel che nella sprint di biathlon d’Anterselva ha sparato ancora ai piccioni: ben tre bersagli non colpiti, due volte (e subito) pancia a terra, e una in piedi, sull’attenti, come un soldatino di piombo con il morale sotto i tacchi. Compromettendo così i suoi sogni di medaglia pure per la prova ad inseguimento in programma tra due giorni. Nella quale partirà con un ritardo incolmabile (1’43’’) dal fantastico francese Quentin Fillon Maillet, medaglia d’oro davanti ai norvegesi Chrstiansen e Laegreid staccati di una manciata di secondi.

Vi avevo anticipato ieri che non avrei oggi scritto una riga delle mie Olimpiadi se Giacomel non avesse fatto faville nella dieci chilometri tanto ero sicuro che sarebbe nel primo pomeriggio salito sul podio. Del resto è o non è l’attuale leader della sprint in Coppa del Mondo con il pettorale giallo che nessun azzurro ha più indossato dopo Andreas Zingerle nel 1992? Ha vinto o non ha vinto in stagione quattro gare a Hochfilzen, Annecy e Oberhof, dove ha centrato la prestigiosa doppietta 10 km più inseguimento? L’ha  ammesso lui stesso al traguardo piangendo: “Ho fallito”. E nessuno potrà mai confortarlo. Del resto l’Olimpiade sono anche sconfitte che bruciano soprattutto se alla vigilia di queste sei indicato come il grande favorito. Mentre ci si era abituati in questa settimana a non fallire un colpo. O quasi. Tanto che nel tiggì 1 delle 20, dopo l’abituale apertura sulla vostra Giorgina che non so dove oggi si sia andata a nascondere, mi pare ad Addis Abeba fischiettando “Faccetta nera, bella abissina, aspetta e spera che già l’ora s’avvicina”, non s’è fatto alcun cenno alla medaglia di bronzo che Michela Moioli ha conquistato oggi a Livigno nello snowboard otto anni dopo quella d’oro di Pyeongchang. Ed è allora anche per questo motivo d’eterno Bastian contrario quale sono, che ho postato la foto della bergamasca – e ridagliela – d’Alzano Lombardo, nella bassa val Seriana, che, nonostante un’orribile partenza, ha difeso all’ultimo salto il suo terzo posto. Bella e brava, dura e testarda. Pensando che appena due giorni fa in allenamento aveva avuto un incidente con la tavola ed era stata trasportata in elicottero all’ospedale di Sandalo dove gli è stato riscontrato un brutto trauma facciale. Insomma, scherzando e gioendo assieme a lei, d’ora in avanti Michela sarà per tutti una vera faccia di bronzo.

Ed qui che adesso metto un bel punto senza accapo al mio articolo olimpico del settimo giorno di Milano Cortina 2026. Un po’ contrariato, più che arrabbiato, perché non ho potuto seguire come mi sarebbe piaciuto la sprint di biathlon raccontata da Dario Pupo e Max Ambesi. Visto che il telecronista di Raisport, per la verità anche abbastanza scarso, soprattutto se messo a confronto coi due fuoriclasse d’Eurosport, non poteva conoscere, poveretto, le mie strane abitudini di seguire le gare in registrata e comodamente seduto sul sofà. Magari gustando una frittola veneziana con le uvette e i pinoli. Oppure alla crema o anche allo zabaione. E invece mi aveva anticipato in un lampo l’esito della gara di fondo con lo schioppo in spalla per la quale – è risaputo -vado matto. Come per Federica Brignone e Dorothea Wierer. E scappo. Altrimenti faccio tardi a teatro. Dove mi aspettano quattro risate con Ale e Franz.

P.S.: non ho nemmeno finito di raccontarvi di Marco Mangiarotti e del fanatismo dei bergamaschi in difesa della loro immensa Sofia Goggia che sono proprio curioso di vedere cosa combinerà domenica nel gigante. Lo farò domani. Dopo la barba da Daniel d’ogni sabato mattina. Senza fretta. Ricordando che domani sera ci sarebbe anche il derby d’Italia tra Inter e Juve. Tanti a pochi? E nel pomeriggio Sampdoria-Padova alle 15.00 e a seguire, o quasi, il Cesena, che all’andata ha già vinto a Sant’Elena, contro il Venezia che non credo sia in crisi dopo la sconfitta di otto giorni fa in casa con il Modena. Succede anche di perdere. Come al mio Tommaso Giacomel. Insomma pure domani avrò la terra che mi scotterà sotto ai piedi. Ma qualcosa comunque scriverò. Se vi va. E, se non vi va, a maggior ragione lo farò. Regalandovi i tre abituali aforismi di Francesco Sarti che mi mandano a nanna sogghignando. E voi con me. Parole. “C’è chi s’impicca perché giù di corda”. “Ti ho fatto un torto, fattene una ragione”. “Non vado a caccia: è solo una battuta”. Sogni d’oro olimpici.