
9 gennaio 2026, venerdì Vado di fretta, come sempre, ma stavolta ho proprio i minuti contati. Altrimenti perdo l’intercity delle 14.09 che straordinariamente non sarà in ritardo, o almeno lo spero, dal momento che deve solo percorrere il Ponte della Libertà per fermarsi alla stazione di Mestre. La quale non avrà neanche un prosindaco, ma ha una squadra di basket per la quale letteralmente impazzisco: neopromossa in A2, lo stesso numero (o quasi) di vittorie e di sconfitte (9-10), ma il miglior coach del campionato, Mattia Ferrari, che non capisco come i più ricchi club della serie A non ce l’abbiano (per fortuna) ancora portato via. E la Reyer? Come per Rovigo sposo il vecchio detto popolare veneto: “Di Rovigo non m’intrigo”. Almeno finché Federico Casarin, il mio caro Pesciolino rosso, continuerà a sedersi sulla panchina orogranata, e non può farlo come vicepresidente federale vicario, solo per ricevere i suggerimenti dalla tribuna di Luigi Brugnaro all’orecchio di Olivetta Spahija, che digerisce anche i sassi se lo pagano, non mi vedrete mai più al Taliercio. Che è casa nostra. Cioè dei veneziani di campagna che l’hanno voluta e costruita coi loro soldi, mio padre compreso, mentre quelli di laguna si beavano della loro storica e magnifica Misericordia che però cadeva a pezzi o della palestra all’Arsenale che non aveva, e non ha, nemmeno un’uscita d’emergenza se non un paio dalle quali per scappare puoi solo farti un bel tuffo direttamente nell’acqua lurida del canale.
Tornerò al palasport tra i campi di patate di Cavergnago a meno che la Gemini non sia costretta a giocare un’altra volta a Conegliano come è accaduto ai primi di novembre contro Rieti. Quando perse di un niente la sfida con la Sebastiani soltanto perché, ne sono straconvinto, per gli impegni di campionato dell’Umana maschile e femminile al Taliercio, la squadra di Ferrari dovette emigrare a una cinquantina di chilometri da Mestre in provincia di Treviso. Quando si sarebbe benissimo potuto spostare la partita al lunedì. Nonostante al generoso sindaco di Venezia l’esplosivo presidente Guglielmo Feliziani versi un bel centone ogni anno per l’affitto al sabato sera di metà Taliercio. Nel qual caso infatti mi legherei, durante una partita di campionato della Reyer, mani e piedi con le catene e i relativi lucchetti ad uno dei due canestri del palasport che inaugurai ormai mezzo secolo fa con una diretta fiume su Nova Radio e la radiocronaca del derby d’Alessandro Ongarato (oggi inviato di Mediaset) tra la Vidal di Roberto Zamarin, padrona di casa, sottolineo padrona di casa, e la Carrera del caro Paron Tonino Zorzi, ospite di riguardo. E butterei via le chiavi. Credete che non ne sia capace? Allora è proprio vero che non mi conoscete.
Centomila euro avrebbero fatto molto comodo alla Gemini che ha il budget più povero dell’A2. Oltre che la squadra più giovane di tutte e fatta solo di ragazzini terribili con nessuna esperienza nella seconda serie nazionale. Anche se il nuovo consorzio e lo sponsor si erano ugualmente svuotati le tasche per prendere un playmaker in sostituzione dell’infortunato Simone Valsecchi che, manco a farlo apposta, si è rotto il crociato proprio sul più bello del match di Conegliano. Il giocatore ad hoc sarebbe stato Filippo Favaretto, classe 2006, dell’under 19 della Reyer di Alberto Buffo. Il quale per essere bravo è bravo, ma – fatalità – è stato promosso cittì della under 16 azzurra dal giorno in cui ha scartato mio nipote dal settore giovanile a pagamento e con la coda tra le gambe ha smesso di salutarmi cordialmente. Come del resto hanno fatto tutti i sottopancia (con scarsa personalità) e i raccomandati (speciali) del vice di Giannino Petrucci dopo che con lo stesso Pesciolino rosso ho rotto i ponti. Ad eccezione del buon Eugenio Dalmasson che avrebbe anche prestato molto volentieri Favaretto alla Gemini “così si sarebbe fatto le ossa in A2 con Mattia” se Federico Casarin non avesse subito posto il suo veto. “A quelli non si dà più niente”. A quelli? Non è nato forse anche lui a Mestre? Mi pare di sì.
Non fate caso agli errori, ai refusi e alle ripetizioni, ma non ho tempo di rileggermi come l’Orso Eleni che sulle cento righe da scrivere è invece più veloce di Marcell Jacobs. Vado di corsa, vi dicevo e non scherzavo. Difatti guardo l’orologio e impallidisco. Tra trequarti d’ora ho il treno per Milano, devo finire di raccogliere ancora tutte le mie cose, a questo punto anche il computer, chiamare un taxi e volare in stazione. E questo ho fatto. Felice che l’intercity avesse accumulato cinque minuti di ritardo. E adesso? Scrivo dalla carrozza tre in prima classe dell’Italo 8984 posto 35? Ci ho anche provato, ma son diventato pazzo. E quindi? Abbiate ancora un po’ di pazienza che arrivo in albergo e mi connetto alla sua rete. Dopo essere passato alla biglietteria di Milano centrale e la gentilissima Marianna di Italo mi ha indicato tutte le soluzioni possibili ed immaginarie per rientrare nel pomeriggio di domani nella mia Mestre. Visto che dalle 21 di stasera per ventiquatt’ore, e per la gioia di Matteo Salvini, è previsto uno sciopero dei treni mica da ridere.
L’hotel è l’Inside della catena dei Melia, non male, anzi un quattro stelle gradevole. Peccato che il taxista della stazione che mi ci doveva portare mi ha consigliato d’andarci a piedi. “Sono due passi”. Bene. E ci ho messo quasi un quarto d’ora. Non è di sicuro oggi il mio giorno fortunato. E tra mezzora al cinema Arlecchino, dalle parti di San Babila, in via San Pietro dell’Orto 9, la prima di “Dan Peterson: per sempre numero uno”. Al quale stamattina ho già mandato i miei affettuosi canestri d’auguri per i suoi primi novant’anni. O forse pensavate che avessi raggiunto oggi Milano per mangiare al Santa Lucia due strepitosi piatti di rigatoni strascicati al pomodoro? Sì, ma domani a pranzo. Con i miei amici. Di cui vi dirò se sarà il caso. Ma non prima di lunedì.
Oggi mi sono proprio sbrodolato addosso. Come Leo Turrini con due o tre erre. Fosse per lui dieci sarebbero ancora poche. E non vi ho raccontato niente d’attualità sportiva. Del resto come potevo se non ho avuto nemmeno modo di comprare e leggere i giornali? Almeno una foto dell’immenso DindonDan avrei potuto mettere sul blog, ma lo farò domani. Dopo avergli fatto un bel primo piano a cena con la sua cara Laura. Scappo. Sono anche già in ritardo. Lasciandovi indovinare dove sono con Larry, alias Lorenzo Sani, unico e magnifico, il giorno del mio 41esimo compleanno durante i Mondiali di basket del 1990 a Buenos Aires. Però ai pochi aficionados che mi sono rimasti non posso non confessarlo. Ebbene eravamo alle cascate di Iguazù, che confinano con il Brasile e l’Argentina, in quelle che sono riconosciute come una delle Sette Meraviglie del Mondo. E lo sono. Sul serio. Così come eravamo molto giovani. E anche non male. Senz’altro meglio di Leo Turrini e di Federico Casarin.