L’8 vince la discesa ma l’11 è d’argento e Paris di bronzo

                    7 febbraio 2026, sabato                     L’8 era il numero di mia mamma. Che ho fatto mio e me lo giocavo sul tavolo verde della roulette. A volte accoppiato all’11 che gli sta di fronte. Non lo nego: mi piace dare i numeri. Però rimanendo sempre coi piedi ben piantati sulla terra. E mi piaceva anche andare al Casinò. Soprattutto a Ca’ Vendramin Calergi. A San Marcuola. Sul Canal Grande. E spero di non dover pure precisare “a Venezia”. Anche se oltre il Ponte delle libertà, dove abito, ho intorno tanti di quegli ignoranti da far paura che, se potessero, continuerebbero a votare Luka Zaja sino alla fine dei loro giorni. Ed ero pure parecchio fortunato perché, da quel che mi ricordo, non tornavo mai a casa a mani vuote. Piccole cifre. D’accordo. Dal momento che al massimo giocavo tre o quattro fiches da diecimila lire al colpo. Che oggi sarebbero cinque euro. Anche forse meno. Con il governo Pinocchio che ci troviamo e l’inflazione di cui da tre il nuovo regime nega ovviamente l’esistenza.

Fateci caso la prossima volta nella quale magari passate con il vaporetto davanti al casinò cosa c’è scritto sulla suntuosa facciata di Cà Vendramin Calergi:  “Non Nobis Domine”. E qui non pretendo che sappiate anche il latino. Chiederei troppo. Soprattutto ai giovani somarelli. E comunque vi aiuto io. Che ho fatto due anni di ginnasio, tre di liceo e gli esami di maturità nel luglio del ’68 con tutte le materie orali e quattro scritte. Ovvero sia il tema d’italiano che la versione di greco, oltre a quelle dal latino all’italiano e dall’italiano al latino. Non so se mi spiego. E difatti quando mio padre quell’estate mi fece chiamare in portineria dell’hotel Aurora a Jesolo Lido mentre nella terrazza con piscina del caro, vecchio e ancora meraviglioso hotel degli Scattolin stavo giocando con gli amici a scopone scientifico (carte, ori, primiera e sette bello), ho temuto che mi dicesse che ero stato bocciato. E invece m’abbonarono filosofia o storia, non mi ricordo più.

E mi rimandarono in tre materie. Greco, geografia e italiano. Sì, italiano e non meravigliatene: ero anch’io allora un asinello, leggevo solo la Gazzetta dello sport e non mi piaceva scrivere del Paradiso di Dante Alighieri o raccontare ai professori i fatti miei. Pensa un po’? Come si cambia. Sta di fatto che feci salti di gioia davanti a mio padre che magari pensava d’avermi dovuto dare una brutta notizia. E comunque il giorno dopo senza tante storie, e a muso duro, mi rinchiuse in collegio, al Pio X di Treviso, sino a San Michele. Che è il patrono di Mestre e cade il 29 di settembre. Ne sono strasicuro al mille per mille.

Queste sono Le mie Olimpiadi. Seconda puntata. Non vi piacciono? Mi spiace. Ma non m’arrabbio se smettete subito di leggermi. C’è sempre la Gazzetta d’Urbano Cairo che vi aspetta a braccia aperte. Ve lo ripeto: queste sono Le mie Olimpiadi. Che, se proprio vi vanno per traverso, fate presto: scrivetevi le vostre. Che poi ne riparliamo. Intanto ai miei aficionados, che hanno imparato a conoscermi e che mi seguirebbero anche al Polo Sud, li invito soltanto a continuare a seguirmi sul blog www.claudiopea.it e non più sul terribile sito che mi hanno detto sia finanziato da Matteo Salvini. Dio me ne guardi e liberi. Subito. Domani sarebbe già tardi.

Una domanda lecita: perché non al Polo Nord? Rispondo volentieri: perché nell’altro emisfero fa più caldo che a Cortina d’Ampezzo. Dove, non so se mi avete letto ieri sera prima di buttarvi sotto le coperte, sono cominciati i Giochi dei cinque cerchi d’inverno al grido di San Siro in festa: “Sergio, Sergio, Sergio”. Sergio Mattarella. E chi se no? Forse Sergio Ramos, l’ex colonna del Real Madrid e del Valencia che il 30 marzo compirà quarant’anni e nei giorni scorsi ha confessato d’essere un disoccupato in bolletta. Insomma al verde. Secondo i giornali spagnoli e quelli di Cairo, che hanno abboccato ingoiando anche l’amo, Sergio Ramos sarebbe così allettato dai cinque milioni d’euro che il Milan di Max Allegri gli avrebbe offerto la settimana scorsa? Ci credete? Io nemmeno se lo vedo vestito con la maglia a strisce rosse e nere.

Non nobis Domine. Non fa per noi, Signore. Così la pensano ancora oggi  i poveri veneziani di Dorsoduro, che magari non hanno nemmeno i soldi per mangiare, passando davanti a Ca’ Vendramin Calergi e leggendo il motto dei templari del ’400. La stessa cosa ho detto anch’io l’ultima volta, nel secolo scorso, che sono uscito dal casinò con un bel milioncino in saccoccia dopo che avevo fatto tre pieni di fila con l’8 e uno dei suoi cavalli, l’11, ma il croupier, che io chiamavo confidenzialmente Krankl perché assomigliava al bomber del Barcellona e della nazionale austriaca, mi chiese per favore d’allontanarmi dalla sala perché gli ispettori del casinò si era insospettiti di una combutta tra me e lui. Non mihi Domine. E da quel giorno mi sono sentito più fortunato ancora perché ho visto tanta gente, anche molto ricca e famosa, rovinarsi in quel meraviglioso palazzo in stile patrizio rinascimentale che è stata la residenza dei dogi e l’ultima dimora di Richard Wagner. Che non pretendo che i nostri giovani sappiano chi mai sia.

Vi dicevo dell’8 che era il numero fortunato di mia madre e dell’11 che s’accoppia a lui sul tavolo verde. Ebbene la prima medaglia d’oro della XXV Olimpiade Cortina Milano 2026 è stata vinta dallo svizzero Franjo von Allmen del Canton bernese, leone, classe 2001, che non dovete assolutamente considerarlo una sorpresa. Era, anzi, uno dei favoriti dopo Marco Odermatt, il fenomeno che ha di nuovo però fallito l’appuntamento con la medaglia olimpica in libera finendo al quarto posto. Von Allmen si era anche imposto nell’ultima discesa di Coppa del Mondo sulle nevi di Crans Montana ed è campione del mondo in carica avendo conquistato il titolo l’anno scorso a Saalbach. E’ quindi un predestinato che ha infilato la Carcentina della Stelvio meglio di tutti i suoi avversari scegliendo una linea di gara diversa e, a posteriori, formidabile. Che gli ha infatti permesso di prendere velocità nelle curve del Ciuk e poi nel salto di San Pietro. Dove è volato lunghissimo, oltre il 53 anni, ad una velocità superiore ai cento chilometri all’ora.

Stupite: or dunque la conosci la pista valtellinese? Forse un cincinin, per dirla alla vostra maniera. Se ho seguito per il Giorno le due rassegne iridate di Bormio nel 1985 e quella di vent’anni dopo. Pirmin Zurbriggen e Marc Girardelli. E poi Bode Miller nel 2005. Non vi basta ancora? Allora vi dirò anche che sono stato capo ufficio stampa di Bormio e Santa Caterina Val Furva, la patria di Deborah Compagnoni, che non può vedere Cortina nemmeno dipimta, in quattro consecutive edizioni di Coppa del Mondo senza sapere, ve lo posso confessare ora, più di cento parole in inglese. Ma per capirsi mi è bastato il tedesco di mia nonna Nina da Karlsruhe von Baden Baden. Il paese natale pure di Vincenzo Italiano, l’allenatore sopravvalutato del Bologna che non vince più da un gran bel pezzo. O sbaglio? Non penso.

E adesso? Ora devo chiudere il discorso iniziato dai numeri fortunati di mia madre e miei. Franjo von Allmen è a mezzogiorno sceso dalla Stelvio con l’8 di pettorale due minuti dopo lo sconsolato Odermatt col 7. Mentre Giovanni Franzoni, medaglia d’argento come ve l’avranno già senz’altro detto, a due decimi dal bernese rossocrociato, portava addosso l’11. Bene. E Dominik Paris, che su questa pista ha trionfato sei volte come gli inviati della Rai vi avranno ripetuto per tutto il santo giorno sino a sfiancarvi, ha dovuto accontentarsi – si fa per dire, ma non si dovrebbe dire – della medaglia di bronzo a mezzo secondo da Von Allmen. Aveva il numero dodici. Peccato. Perché se avesse avuto il tredici, che a me porta molto culo, chissà dove sarebbe finito. Forse anche primo. Sperando che faccia ancora meglio in superG.

Ve lo dico subito. Patti chiari e amicizia lunga: non posso più andare avanti così. Obbligatoriamente devo fare delle scelte. O scrivo le mie Olimpiadi come voglio io. E cioè seguendo quello che riesco a vedere senza rinunciare al resto dello sport in televisione. O mettiamoci subito una pietra sopra: voi continuate pure a leggervi tutte le banalità che vi regala la Gazzetta a pagamento e io faccio i cavoli miei. Creandomi degli scrupoli assurdi perché mi sono preso il lusso di guardare la vittoria da favola, l’ottava di fila, del Venezia del mio Giovannino Stroppa a Frosinone in rimonta con gol-partita di Svoboda. E alla fin fine mi sono perso in diretta la prima medaglia d’oro olimpica dell’Italia con Francesca Lollobrigida mai doma nei 3.000 metri di pattinaggio velocità nel Milano Speed Skating Stadium proprio nel giorno del suo 35esimo compleanno. Festeggiando l’exploit con il piccolo Tommaso in braccio per la verità un po’ rompipalle.

P.S. (post scriptm): nella mia foto, rubata in tivù al Samsung e a Tele Meloni, Giovanni Franzoni, che non centra niente con l’Annamaria di Cogne, neanche alla lontana, abbraccia strafelice Dominik Paris di spalle al traguardo di Bormio. E’ molto tardi ma posso sempre aggiungere che nel doppio misto di curling Stefania Constantini e Amos Mosaner procedono ad alti e bassi nella loro corsa alle semifinali a quattro. Nel pomeriggio infatti prima le hanno prese di brutto (4-9) dalla Svezia ma poi si sono rifatti superando (6-5) per il rotto della cuffia la Norvegia. E adesso lasciatemi anche buttare un occhio sulle registrazioni basket. Non prima d’avervi addolcito la serata con i tre aforismi quotidiani di Francesco Sarti che mi fanno impazzire. Errori. “Se il destino è scritto, è pieno di refusi”. “Il suicidio è un ecceso di zelo”. “Anche Gesù Cristo ha fatto i buchi nell’acqua”. Altro il calendario geniale che domani consiglia: “Con il tempo non si diventa esigenti, ma selettivi”. E non è nemmeno poi così tanto male…