Incarto la pista di bob di Cortina e la regalo a Luca Zaia

                    22 febbraio 2026, domenica              Tra ieri e oggi ne ho viste di tutti i colori. E sentite di cotte e di crude. Nel mio mondo dello sport e, se no, in quale? Al punto che sarei quasi quasi tentato di non raccontarvi niente di niente per non fare un torto a nessuno. In fondo, oltre a permaloso, sono anche dispettoso. Però anche succede che nel frattempo pareggi il Canada: 1-1. E mi torni il buonumore. Finalmente. Ad un minuto e mezzo dalla fine del secondo periodo. Gol di Kole Makar. Dopo aver attaccato all’infinito con Macklin Celebrini che dovrebbe ora mangiarsi il disco per tutte le reti che ha mancato e i tiri che gli ha respinto Connor Hellebuyck con la stecca, i guantoni o i gambali. Proprio non ce la faccio a girare le spalle alla finale dell’hockey su ghiaccio che la Rai sta mandando in onda sul Due. Il racconto di Stefano Bizzotto, quello dei tuffi di Cagnotto, padre e figlia, e del coefficiente di difficoltà tre virgola due, è davvero ottima e competente, ma le immagini di questo sport che mi ha sempre affascinato sin da bimbo non si possono non vedere. E allora mi siedo sul divano spegnendo il computer e, già che ci sono, anche il telefonino che rompe ripetutamente. Scriverò dopo, se avrò tempo e voglia. Intanto divoro il Samsung e tifo per i rossi canadesi come una volta facevo per la Signora in bianco e nero a strisce prima che alla Juve arrivassero John El Kann e Lucianino Spalletti. Che in fondo ha raccolto gli stessi punti in  classifica del povero Igor Tudor ed è in corsa proprio con il Como di Cesc Fabregas per un posto in Conference League, la coppa della Fiorentina. Per carità di Dio.

O forse davvero pensavate che potessi parteggiare per gli Stati Uniti d’America come Matteo Salvini e Gnazio La Russa sulla tribuna d’onore dell’Arena Santa Giulia di Milano? A Washington è rimasto invece Donald Trump, grande appassionato di questo sport, sconsigliato da Giorgina vostra che è stata premiata invece dal Cio con l’ordine olimpico in oro assieme a Sergio Mattarella. Forse mi sbaglierò pure, ma quando nel 2018 i Giochi sono stati assegnati a Milano Cortina 2026 a capo del governo non c’era forse Giuseppino Conte e la Meloni non era per caso all’opposizione e contro l’organizzazione di “un evento insostenibile di questi tempi per un’Italia alla frutta”? Piuttosto si sarebbe meritato un premio Luca Zaia. E difatti cosa sto facendo? Adesso che è finita anche l’Olimpiade del bob col quartetto azzurro di Patrick Baumgartner da Brunico, che non parla l’italiano meglio di Jannik Sinner, solo quinto e parecchio lontano dal podio, sto incartando la nuova pista intitolata sempre ad Eugenio Monti e domattina la spedisco in regalo al governatore del Veneto perché almeno lui se la goda. Visto che mantenerla costerà più di un milione d’euro e gli ampezzani da quell’orecchio proprio non ci sentono.

Uno a uno anche dopo un’ora di gioco e tre tempi da venti minuti ciascuno. Sempre che la matematica non sia un’opinione. E non credo. Si va così ai supplementari e appena un minuto e mezzo dopo l’inizio del primo, per la precisione all’1’41’’, il numero 86 a stelle e strisce, Jack Hughes, 24enne dei  Devils del New Jersey, fa centro nella piccola porta difesa da Jordan Binnigton con un diagonale secco e imprendibile. Ed è grande festa nella squadra Usa (e nella foto un po’ mossa da me scattata, ndr). La quale non s’aggiudicava il titolo nell’hockey su ghiaccio dei cinque cerchi da ben 46 anni. Ovvero da Lake Placid 1980. Quando per la prima volta lo tolse all’Unione sovietica. Mentre dalla Casa Bianca non si faceva attendere lo sfottò che condivideva sul suo account ufficiale la foto di un’aquila mentre immobilizza un’oca canadese.

E’ stato, questo, l’ultimo oro dei Giochi che hanno a tal punto eccitato TeleMeloni da confonderle il giorno per la notte. Difatti non era ancora sceso il tramonto sul giorno di festa e saranno state nemmeno le diciassette, che è andata in onda “Notti magiche” condotto neanche poi male dall’entusiasta Sabrina Gandolfi, piena di vita, pure sin troppo, con Paolo De Chiesa, per me numero uno come direbbe DindonDan Peterson, il carabiniere parecchio raffreddato, Stefania Belmondo, che io all’epoca chiamavo affettuosamente Trapulin, e Xavier Jacobelli, giornalista e direttore bergamasco già dalla culla, stessa scuola di Littorio Feltri e stesse idee leggermente tendenti alla destra smoderata, che ha dato ieri sera una bella lavata a tutti quelli che come me non la pensano come lui. E cioè che la Milano Cortina 2026 è stata un’Olimpiade fantastica e organizzatissima “come ha dichiarato il presidente del Cio”. Che di solito invece afferma che sono state un autentico schifo. “Alla faccia delle Cassandre (tutte figlie di Priamo?) e degli specialisti nello sport nazionale della flagellazione che, prima di questi Giochi invernali, dicevano che non saremmo stati pronti per mettere in piedi e in tempo quest’evento che per l’Italia ha avuto un successo nettamente superiore come numero di medaglie, e non solo, rispetto alle Olimpiadi di Lillehammer”. Difatti me ne sono subito andato a letto mogio mogio e a testa bassa. Umiliatissimo.

Stamane però al risveglio ho cercato di ricordarmi se Jacobelli a Lillehammer ci fosse stato. Io c’ero, lui non mi pare. E neanche a nessuna gara di Coppa del Mondo di Cortina dove sono stato capo ufficio stampa per quindici anni. In più, ancora non bastasse per mandare Xavier a quel paese senza passare per il via, ho letto l’amabile fondino domenicale su Repubblica di Gabriele Romagnoli che è bravetto  a scrivere e a pensarla come Dio comanda. “Un medagliere mai così ricco per l’Italia, roba che neppure la magica Lillehammer nel 1994. Che commosse perfino Steven Van Zandt, chitarrista della E Street Band, l’uomo che suona alla destra del Boss… L’Italia vinse 7 ori. Quanti ne furono assegnati in tutto? Sessantuno (61). A Milano Cortina quel record è stato abbattuto, ma quante sono state sono state le madaglie d’oro? Centosedici (116). Quasi il doppio… Tra altri 32 anni, alle Olimpiadi invernali di Abu Dhabi, il cambiamento climatico avrà cancellato la neve naturale del pianeta, in compenso le discipline in gara saranno oltre 200: slittino di coppia per biondi, salto della funivia e altro ancora…”. Un vero spasso.

Potrei aggiungere la gara dello sputo che ghiaccia per primo, già sponsorizzato dalla Regione di Trento e Trieste. Non molto meno spettacolare della staffetta di sci alpinismo dove ha ottime probabilità di podio chi è più svelto a togliere e mettere le pelli di foca. Ma si può? Però molto di più mi dispiace che nella penultima puntata di “Notti magiche” la mia Trapulin raffreddata ma soprattutto Deborah Compagnoni, presente in studio, non abbiano rinfrescato la memoria a Jacobelli rammentandogli almeno il valore delle medaglie azzurre conquistate trentadue anni fa non nel giardino di casa ma nel piccolo paese norvegese di 23.000 abitanti che ammutolì per tre giorni e tre notti, e forse anche di più, quando Marco Albarello, Maurilio De Zolt, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner trionfarono nella 4×10 km di fondo alla faccua dei loro Ulvang e Daehli.

Un oro nel gigante lo conquistò la stessa ex signora Benetton e due nella 15 e nella 30 chilometri a tecnica libera la Principessa di Paluzza, Manuela Di Centa che si prese anche due argenti a passo alternato oltre al bronzo nella 4×5 km assieme proprio a Stefania Belmondo, Gabriella Paruzzi e Bice Vanzetta. Oltre al titolo olimpico della grande Gerda Weissensteiner e di Kurt Brugger insieme a Wilfried Huber nello slittino. O della staffetta nei 5000 dello short track. Senza dimenticare l’argento in slalom di un certo Alberto Tomba, le due medaglie di bronzo di Isolde Kostner in superG e in discesa. O del mitico Armin Zoeggler nello slittino singolo. Come Fauner, Albarello e ancora la Belmondo nello sci di fondo sempre in casa dei norvegesi. Che a Tesero con Johannes Hosflot Klaebo, il Re dei Re della Milano Cortina, ha vinto tutte e sei le prove dello sci di fondo in entrambe le tecniche. Tanto per capirci. O dico eresie? Mentre noi festeggiamo Anna Comarella che ha dato oggi l’addio alle gare dopo il 17esimo posto nella cinquanta chilometri. Un tempo si diceva: l’importante è partecipare. D’accordo. Ma quando una arriva al traguardo dopo la musica delle premiazioni  e un quarto d’ora dopo la svedese Ebba Anderson, che si era già fatta la doccia con la medaglia d’oro al collo, non si può scrivere sul sito della federazione: prestigioso 17esimo posto dell’azzurra di Pieve di Cadore in provincia di Belluno. Perché poi uno come Xavier, il direttore, se la beve tutta di un fiato e poi alla campionessa olimpica di Les Saises, sempre  lei, la mia Trapulin, dice: “La Comarella brava come te”. Sì, forse ai fornelli.

Il confronto con Lillehammer mi ha preso la mano e si è divorato pure il braccio. Così che ho visto insieme a voi la finale torinese di Coppa Italia come vi avevo promesso, ma adesso si è fatto molto tardi e di raccontarvi del successo dell’Armani maturato nell’ultimo quarto ne avrei anche voglia ma col rischio di crollare con la testa nel computer. Morto di sonno. Tortona si è difesa con l’onore delle armi, avrebbe potuto essere l’ennesima sorpresa di queste Final Eight senza padroni che volta sempre le spalle ai favoriti, ma, se posso dire, non mi mordo la lingua e lo dico: avesse vinto la Bertram Derthona avrebbe solo fatto dell’altro male alla nostra pallacanestro. Perché quell’amore di società non ha seguito e entusiasmo in città e quindi non si merita niente. Men che meno il palasport che Beniamino Gavio ha regalato alla città che va pure in giro raccontando che è piccolo e brutto. E così il magnate alessandrino dovrebbe fare una cosa soltanto: trasferire baracca e burattini, faccio per dire, a Torino e vedrà come sarà gratificato dall’Inalpi Arena.

P.S.: tornerò comunque sull’evento perché, come vi dicevo, ho una montagna di cose da confessare ai miei aficionados di palla nel cestino. Che mi vogliono un mare di bene, lo so. Ma non domani perché per me e la Tigre è giorno di festa. Facciamo martedì. D’accordo? Ho allora già spostato le date della meritata vacanza dopo i Giochi di Cortina. Di cui ho scritto tutti i giorni. O quasi. E molto. Sin troppo. Senza dimenticarmi della mia Gemini che, battendo non so come la tosta Pistoia di Sacripantibus e  Ivan Buva (33 punti sabato del croato), si è quasi messa in salvo dai playout che probabilmente faranno le ultime quattro in classifica per due retrocessioni. Basta che la Federazione si decida a dirlo.  Campa cavallo. Dulcis in fundo, mi è piaciuto l’abbraccio finale tra Ettore Messi(n)a e Beppe Poeta, il Predestinato magari un po’ paraculo, però in gamba. Così come, udite udite, vi consiglio persino di vedere l’intervista di Federico Buffa a puntate su Sky allo stesso Messi(n)a nato a Catania ma più veneziano di me.  Mi piacerebbe domandarglielo. Sul serio. Insomma: Basket Mestre o Reyer? E non mi rispondere: Tutte e due. Non vale…