
8 ottobre, mercoledì Per non saper né leggere, né scrivere, soprattutto scrivere, che non è il mio forte, dicunt gli sciocchi, dell’interessantissimo libro di Fausto Bertinotti, “La sinistra che non c’è”, ne ho prese due copie. La prima tutta per me che non presterò nemmeno a mia figlia; la seconda per un caro amico, e non ne ho molti con le mie stesse idee politiche, che sappia apprezzare e gustare come merita il pensiero del comunista con il cachemire che m’affascina ancora e al quale vorrei proprio regalare il mio: girocollo e verde. E gli altri, leghisti e fascisti, lasciamoli pure sfogare e affogare nella loro ignoranza. Stasera sono andato per l’appunto alla presentazione dell’ultima illuminante opera dell’ex segretario nazionale della Cigl e di Rifondazione (dal 1994 al 2006) nella libreria sotto i portici in fondo alla piazza, non lontano da casa mia, dove mi mettono sempre da parte tutti i libri di sport. L’ultimo dei quali l’ho fatto mio la settimana scorsa: un gran bel colpo. “Vincere, perdere, ricominciare da zero: Boris Becker inside”. E poi A2923EV. Tre lettere e quattro numeri di un recluso come tanti altri dietro le sbarre. Privato della fama, della ricchezza e pure del nome. Un racconto crudo e senza sconti di un detenuto rinchiuso in due tra le prigioni più dure d’Inghilterra. Lui che è ancora il più giovane campione di Wimbledon che ha vinto a soli 17 anni. Tre meno di Carlos Alcaraz e sei di Jannik Sinner. Non so se mi spiego.
“La prigione è l’ambiente meno giudicante che si possa immaginare: gli stessi vestiti, lo stesso cibo, gli stessi sonni agitati. Per tutti.” “I soldi non avevano fatto di me una persona buona o cattiva, né più o meno importante. Che avessi dieci milioni di sterline o fossi al verde, ero sempre Boris Becker. Ecco perché quando sono andato in bancarotta non mi sentivo una persona cattiva che non meritava rispetto. Forse questo atteggiamento istintivo è stata la mia salvezza anche in prigione. Avevo perso tutto ma continuavo a sopravvivere. Continuavo ad alzarmi dal letto ogni mattina, a mangiare. Continuavo a parlare con gli altri detenuti, a raccontare le mie esperienze. In cambio nessuno mi guardava dall’alto al basso”. “Ero responsabile dei miei giudizi. Dei miei errori, delle mie scuse, delle mie menzogne”. “Da piccolo avevo fatto il chierichetto: per quanto possa sembrare una barzelletta se pensiamo al mio futuro di vita. Ogni domenica a partire dagli otto anni andavo in chiesa, spezzavo il pane per il prete e versavo il vino per l’eucarestia sfoggiando una divisa bianca d’altro genere”.
Se il libro di Andrè Agassi “Open. La mia storia” ha avuto un grande successo, questo è molto di più. Non dico più bello, ma senz’altro più interessante, intimo e coraggioso. Più vissuto. “Maggio finì e cominciò giugno, l’estate inglese iniziava lentamente a penetrare nei freddi corridoi della prigione e io mi resi conto di avere un problema con altri due detenuti. Erano polacchi. Non era tanto il fatto che non riuscissi a capirli, quanto piuttosto che era impossibile ignorare i segnali che mi mandavano. Erano rabbiosi, aggressivi. Cercavano lo scontro e avevano potere all’interno del carcere. Mi rivolgevano il saluto nazista. A Wandswoth, poco prima di partire, mi era stato detto che a Huntercombe avrei dovuto cercare un tizio polacco di nome Robert. E’ uno pieno di tatuaggi e controlla la palestra. Non ebbi modo di cercarlo: era già stato informato del mio arrivo”. Robert fu per qualche settimana la sua ancora di salvezza. “C’è Robert alle spalle di Boris. Se cerchi guai con Boris, li avrai anche con Robert”. Ma lì a sette settimane rimpatriarono Robert in Polonia. “E i suoi connazionali in prigione erano dei veri tipacci. Sentivo la loro aggressività specie quando passeggiavamo in cortile o in coda al refettorio”.
Il libro di Fausto Bertinotti – ha scritto nella prefazione Roberto Genovesi, giornalista di Repubblica, Panorama e l’Espresso, Premio Italia per la saggistica e autore del romanzo di successo “Il Ragazzo che liberò Auschwitz” – è nato da una serie di lunghe, animate e piacevoli conversazioni che ho avuto con Fausto Bertinotti nel coloratissimo salotto della sua abitazione romana… “Ho ascoltato Fausto parlare per ore di storia, sociologia, politica accorgendomi con stupore del rapidissimo passare del tempo. Il quadro che emerge dalla sintesi di questi incontri è il libro che avete per le mani e di cui sono orgoglioso di essere stato anche solo una piccola parte propositiva. Il resto è tutto di Fausto Bertinotti, politico, sindacalista, uomo della Repubblica, marito, padre e nonno, ma soprattutto comunista, come tiene a sottolineare con orgoglio”.
Mai come oggi nell’ultima settimana, nella quale ho scritto tutti i giorni come avevo promesso, ma me ne sono in verità già pentito, ho sentito la mancanza del mio blogger Filippo, di cui vi ho già parlato e non mi ripeto, altrimenti pensate anche che sono otre che un comunista anche un rincoglionito, niente di più facile, perché la foto di Paola Egonu non c’entra proprio una fava con Becker e Bertinotti. Se non che è stata ricevuta oggi al Quirinale assieme alle nazionali di Julio Velasco e di Fefè De Giorgi, entrambe fresche campioni di mondo, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il quale di loro ha detto: “L’Italia vi è riconoscente”. Bene, bravo, sette più. E ancora: “Il vostro successo è un esempio per i giovani”. Originalissimo. Mentre del discorso che poi ha fatto Giorgia Meloni alle azzurre e agli azzurri fatevi raccontare tutto dettagliatamente da Roberto Chinzari, il sottopancia del presidente del Governo che tutte le sere al tiggì di Tele Meloni sbava dietro a lei.
In verità avrei voluto mettere le copertine dei due libri, “La sinistra che non c’è” e “Boris Becker inside”, uno accanto all’altro La qual cosa a qualcuno magari sarebbe sembrata una scarpa e uno zoccolo. E invece, ai miei aficionados ma non di Facebook, che mi sta boicottando e non ne capisco la ragione, sono sicuro che la mia e la loro stravaganza sarebbe comunque molto piaciuta. Nel frattempo stasera, tra una cosa e l’altra, ho fatto parecchio tardi e domani, come tutti i giovedì, ho mille cose da fare che mi terranno impegnato per tutto il santo giorno. Quindi scappo a letto e non pubblico nulla su Fb. Ma solo su www.claudiopea.it. O meglio sul mio sito Mors tua vita Pea. O no?